Archivio delle categorie Viaggiare informati

Ilenia BragliaDiIlenia Braglia

Angoli d’Italia: la patria del Prosecco, ma non solo

L’autunno è cominciato, la vendemmia è in pieno corso. Sono in fermento le vigne e le uve, pronte per essere raccolte tra i filari, arricchiti dai colori caldi di questa stagione. La situazione è frenetica sulle colline trevigiane, la patria del Prosecco. Le stradine si snodano tra le vigne in quella che viene chiamata la “Strada del Prosecco”, un percorso che regala scorci unici su natura e vita umana. La mia amica Anna mi racconda dell’angolo d’Italia in cui è nata, facendomi viaggiare tra quello che è il Veneto: una regione in cui colline, montagne, mare, pianura e fiumi si incontrano in un preludio di colori, suoni e storie da raccontare.

Tra mura e orizzonti

Immagina di entrare in un piccolo paese attraversando una porta medioevale, la cui arcata ha visto passare tante vite nel corso dei secoli, oltre alla tua. Immagina di guardarti intorno e di vedere una cinta muraria invalicabile, sormontata da merli e torri di guardia perfettamente conservate. Sei a Cittadella, in provincia di Padova: l’unico paese europeo con una cinta muraria dalla forma ellittica ancora perfettamente camminabile. Al suo interno, la vita di paese scorre lentamente, tra chiese, bar, mercati, passeggiate sotto i portici e aperitivi. È di questo che mi parla Anna, una veneta fiera della sua terra. Mi racconta di Asolo, in provincia di Treviso, chiamata la “città dei cento orizzonti” per la sua posizione, che offre una vista a 360 gradi sul territorio veneto. Se il tempo lo permette, si vede addirittura Venezia, mi dice. C’è Arqua Petrarca, la città dimora dell’omonimo scrittore, dove è ancora oggi presente con le sue poesie, parte integrante della storia del paese. C’è anche Bassano del Grappa, con il suo Ponte degli Alpini, in legno, e le sue distillerie. Un angolo d’Italia punteggiato da borghi, paesi e vite vissute, che si allacciano insieme per formare una terra fiera delle sue tradizioni e delle sue storie da raccontare.

Uno spritz tira l’altro

Cosa c’è di più tradizionale se non un aperitivo a suon di spritz? “Sai quando ti incontri per un caffè con una persona e glielo offri? Per noi c’è lo spritz: la nostra moneta di scambio a qualsiasi ora del giorno. Lo spritz è sembre un buon motivo per incontrarci.” Ed è proprio davanti a uno spritz che Anna mi parla delle cose che devo assolutamente mangiare quando andrò a trovarla. Tra questi, ci sono i bigoli all’anitra, il baccalà alla vicentina, la soppressa con polenta e funghi. Mi immagino già i sapori e i profumi. E mi immagino già con cosa dovrò innaffiare il tutto: qualche buono spritz e qualche calice di Prosecco.

Già che sei lì

Quest’angolo d’Italia non è solo punteggiato da borghi e paesini, ma anche da città d’arte degne di nota. Non perderti Treviso, Verona e Padova. Ma soprattutto, non lasciarti sfuggire Venezia, il “gioiello dei veneti”. Ma abbi rispetto di questa città, trattala con cura: i veneti sono molto gelosi della loro Venezia!

Ilenia BragliaDiIlenia Braglia

Angoli d’Italia: La vera essenza della Val d’Aosta

Immagina una vallata circondata da vette maestose. Immagina i prati estivi, sormontati da cime innevate e ghiacciai perenni. Immagina i colori del tramonto sulla roccia e le case di montagna da cui qualcuno, ogni giorno, si trova ad ammirare quello spettacolo della natura. È questa la vera essenza della Val d’Aosta. Una regione timida e tranquilla, che fa da porta d’ingresso al nostro Paese. È Greta che mi accompagna in questo viaggio immaginario alla scoperta di un angolo d’Italia che è davvero uno degli angoli più settentrionali d’Italia. Tra paesi e vita di montagna, Greta mi spiega che è solo una la protagonista assoluta di questa regione: la natura.

La meraviglia della natura

Greta è cresciuta a Gaby, un paesino situato nella valle del Lys, le cui giornate vengono scandite dalle ombre delle montagne che lo circondano. Se l’andassi a trovare, mi dice, andremmo alla scoperta della natura. Perché è quella l’essenza del territorio in cui è cresciuta. I suoi abitanti la rispettano, la amano e condividono con lei la loro quotidianità. Andremmo a passeggiare ai piedi del Monte Rosa, il monte che “non si perde mai di vista” perché, con i suoi 4.633 m.s.l.m. e il suo secondo posto sul podio delle vette italiane, è difficile da non notare. Mi dice che è talmente bello da risvegliare l’impulso di volerlo fotografare a ogni ora del giorno, da ogni angolazione in cui lo si vede, in ogni sfumatura di colore che assume durante la giornata. Poi i laghi che punteggiano il territorio, quelli con l’acqua talmente fredda che non permettono di farci un bagno neanche d’estate, ma bellissimi da ammirare. E le cime, su cui si inerpicano sentieri per camminate e piste da sci. Le vallate della regione offrono davvero tutto ciò di cui c’è bisogno per connettersi con la natura più assoluta, in un viaggio attraverso se stessi e il territorio. Perché la Valle d’Aosta è una regione facile da assaporare nella sua piccolezza, ma anche nella vastità dei suoi panorami.

Il passaggio della storia

Tutta questa natura è stata protagonista di altrettanta storia, che ne ha percorso le strade attraverso le catene montuose e le vallate. È in una di queste, nella valle della Dora Baltea, che si trova una testimonianza storica importante nella regione: il forte di Bart, una rocca medioevale situata su una collina che sovrasta il piccolo paese di Bard. “Ha un’importanza storica talmente grande che ogni bambino della regione viene portato lì almeno una volta, in gita scolastica” mi spiega Greta. È sicuramente una delle cose da non perdere, dopo essersi immersi nella natura circostante. Allo stesso modo, anche Issogne e Fénis offrono uno scorcio sulla storia del territorio. I due paesini ospitano infatti altrettante castelli e residenze degne di nota, per chi si vuole addentrare nelle sensazione di una storia medioevale italiana ormai lontana.

Il buon cibo che riscalda

Ma tra passeggiate e visite a castelli, l’appetito sicuramente non manca. Come riempire lo stomaco di prelibatezze locali? “Ti consiglierei di assaporare il cibo valdostano in tutta la sua ‘leggerezza'” mi dice Greta “polenta e zuppe vengono insaporite da tre ingredienti principali:
burro, toma e fontina. Anche la carbonada è da provare, uno spezzatino di manzo al vino, o il vin brulé, immancabile in inverno. Entrambi fanno parte della nostra tradizione.” Una tradizione culinaria che deriva dalla cucina franco-svizzera e che, con il suo apporto calorico, riesce a riscaldare anche gli animi più infreddoliti.

Se sei nella zona…

Non perderti Aosta, il capoluogo di regione (e unica provincia). Anche se, mi avverte Greta, in una città come quella si rischia di perdere la vera essenza della Val d’Aosta.

Ilenia BragliaDiIlenia Braglia

Angoli d’Italia: Una passeggiata sui colli reggiani

L'Italia, come potete immaginare, non è fatta solo di città d'arte il cui nome suona famigliare anche oltre i confini europei. Il Belpaese si è fatto strada tra le menti collettive grazie alla sua cultura, al suo cibo, alla sua arte e ai suoi modi di essere. Ma questo paese meraviglioso non si ferma alle apparenze. C'è un mondo da scoprire, scorci inesplorati, nomi sconosciuti e gente con cui parlare. L'Italia ha tanto da raccontare e da mostrare, per questo vi porto alla scoperta di angoli sconosciuti ai più, viaggiando attraverso la storia, la gastronomia e le caratteristiche di luoghi di cui non avete mai sentito parlare...fino ad oggi.

Il primo angolo che scopriremo insieme è quello dove sono cresciuta. Si trova all'ingresso degli Appennini, in provincia di Reggio Emilia (Emilia-Romagna), dove la pianura incontra le montagne, dando forma a colline e altopiani che hanno visto il corso della storia, arti culinarie e parlate secolari.

"Andare a Canossa": tra storie epocali e modi di dire
In varie lingue esiste il modo di dire "Andare a Canossa". Con questo, si intende il riconoscere un errore fatto e chiedere umile perdono, subendone (anche) l'umiliazione. La cosiddetta "Umiliazione di Canossa", da cui deriva questo modo di dire, trovò il suo sfondo scenografico proprio in questo territorio: nel 1077, in un periodo in cui l'autorità ecclesiastica era in contrasto con quella imperiale, Papa Gregorio VII scomunicò l'Imperatore Enrico IV, costringendo quest'ultimo a chiedere umilmente perdono per potere essere nuovamente riconosciuto dal Papato. Lo fece in un gelido gennaio, quando l'imperatore dovette recarsi a Canossa, dove Gregorio VII era ospite della Contessa Matilde. Attese inginocchiato davanti al portale d'ingresso tre giorni e tre notti, tra tempeste di neve e temperature gelide, conquistando infine il perdono del Papa. Quello che seguì è ormai storia, ma quell'atto rimase così impresso nella mente delle persone da rendere Canossa un luogo il cui nome è legato ormai indissolubilmente alla cultura generale, italiana e non. Oggi del castello non è rimasto altro che un rudere circondato da natura e colline in cui immergersi per lunghe passeggiate. È però da non perdere la grande rievocazione storica che si tiene ogni anno a Quattro Castella (RE): durante gli ultimi giorni di maggio, costumanti, contrade, sbandieratori e personaggi pubblici, che vestono i panni di Enrico IV e la Contessa Matilde, riempiono le strade del paese, riproponendo giochi medioevali, arti, musica e i momenti che hanno reso quell'episodio così celebre. Un tuffo nella storia degno di essere vissuto.

Un'immersione nella spiritualità e nella natura
Restando nel comune di Canossa, c'è un piccolo borgo completamente sconosciuto ai più, ma molto particolare e degno di nota. Si tratta di Votigno di Canossa (RE), un borgo medioevale in cui ha sede la Casa del Tibet, un centro culturale buddista che vide addirittura la visita del Dalai Lama, che inaugurò questo luogo nel 1999. I toni tenui delle sue case in pietra si alternano ai colori vivaci delle stupa e degli ornamenti buddisti, il tutto incorniciato dalle colline verdi di questi luoghi.
Proseguendo poi il viaggio, addentrandosi sempre di più negli Appennini, si arriva a Castelnuovo ne' Monti (RE), dove la vista viene catturata da un monte solitario insolito. È la Pietra di Bismantova, un masso dalle pareti spioventi e il dorso piatto, che svetta sul panorama circostante. Citata anche da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia (Purgatorio, IV, 26), la Pietra è il luogo ideale per immergersi nella natura. Il luogo offre infatti passeggiate per tutti i gusti (la sommità si raggiunge facilmente in 20 minuti dal parcheggio) e pareti da arrampicata famose tra gli appassionati in tutto il Nord Italia.

Un'arte culinaria da non perdere
La provincia di Reggio Emilia fa parte di una zona, quella emiliana, in cui la gastronomia regna sovrana: Parmigiano-Reggiano, prosciutto crudo, mortadella, tortellini e tagliatelle sono solo alcune di queste. Ma immergendosi davvero nella cultura del posto, si scoprono tante piccole prelibatezze che non hanno ancora varcato i confini regionali, se non addirittura quelli provinciali.
L'erbazzone è un classico esempio di arte culinaria popolare. È una torta salata fatta di "erbe" (da cui ne deriva il nome) e prodotti locali: un ripieno di bietole, spinaci, cipollotti, ricotta, e Parmigiano-Reggiano (nella zona montanara della provincia viene aggiunto il riso) viene incorniciato da una pasta simile a quella brisé, sottile e insaporita dal lardo. È un piatto povero, ma molto saporito, con cui i reggiani amano fare merenda, mangiare come antipasto (con l'aggiunta di qualche salume locale) o anche per colazione. Viene servito infatti a piccoli pezzi al bar, nei forni o al ristorante ed è quindi adatto da mangiare a qualsiasi ora del giorno.
Se invece siete più amanti del dolce, la zuppa inglese fa per voi. Non lasciatevi ingannare dal nome: è un piatto tipico reggiano che assomiglia, come composizione, al tiramisù. È infatti un dolce a strati, composto da Savoiardi (biscotti lunghi e secchi) imbevuti nell'Alchermes (una bevanda liquorosa di colore rosso) e crema pasticcera classica alternata a quella al cacao. Il nome di questo dolce sembra derivi da un cuoco che, in onore di un ospite inglese presso la famiglia nobile per cui lavorava, ha rivisitato una ricetta locale già conosciuta, dandogli poi questo nome.
Se visitate la zona durante il periodo estivo, non perdetevi una delle tante sagre paesane: un pasto a base di erbazzone, un piatto di tortellini (che qui chiamiamo cappelletti) e, infine, una zuppa inglese vi permette di entrare ufficialmente nei sapori e nel piacere culinario che questa terra sa offrire. 


Se siete nella zona...
...non perdetevi anche il centro storico di Reggio Emilia, chiamata la "Città del Tricolore" per aver dato i natali all’attuale Tricolore italiano. È una città che, come le più conosciute Parma, Modena e Bologna, si sviluppa lungo la via Emilia, la via di epoca romana assolutamente da seguire se volete immergervi in un viaggio attraverso la regione, fino ad arrivare al mare Adriatico.


Silvia La RosaDiSilvia La Rosa

L’incredibile avventura di Andreas e dei suoi cani: dalla Danimarca all’Italia correndo

Incontrare Andreas Riis in una tranquillo café di Copenaghen e riuscire a trattenerlo su una sedia per qualche ora sembra già un’impresa, conoscendo ciò di cui è capace.

Andreas già dalle prime battute sembra uno di quei personaggi che raramente si ha la possibilità di incontrare: un personaggio che in genere si trova in libri o film d’avventura, sempre nel ruolo di protagonista.

Cresciuto in Italia da genitori danesi, vive per un po’ a Biella, città dove il padre si era trasferito negli anni 70 e dove lavorava come dirigente di una società tessile. Sin da piccolo, Andreas sviluppa un carattere indipendente e curioso, tanto da iniziare delle prime esperienze formative in Danimarca sin da giovanissimo. Ed è proprio durante i suoi viaggi che Andreas riesce a compiere imprese uniche.

Nonostante il suo background da stimato chef, Andreas decide di fare il possibile, e talvolta anche ciò che a prima vista sembrerebbe impossibile, per onorare la sua più grande passione: viaggiare. Cosi, in un momento determinante della sua vita, si rende conto di quanto sia fondamentale eliminare il superfluo per l’essenziale. Decide cosi che non è più il momento di dimostrare agli altri, ma di provare solo a se stesso chi è e cosa è in grado di superare. Si rende conto che ritagliarsi il giusto spazio dal proprio lavoro sia l’unico modo per permettersi grandi margini di tempo e per viaggiare cosi come vuole. Sottolinea come al giorno d’oggi il tempo sia qualcosa vissuto come costrizione, mentre avere la libertà di dedicarsi del tempo sia un lusso, ed è per questo che prova a vivere al massimo il tempo libero, quello più importante, che davvero merita di essere onorato e vissuto a pieno. Niente orologi, niente limitazioni.

E così, senza troppi programmi e senza pensarci troppo, il 30 gennaio decide che è tempo di iniziare una nuova avventura: correre dalla Danimarca sino in Italia, più precisamente da Roskilde a Biella, in compagnia dei suoi due meravigliosi Alaskan malamute, Apu e Ganga.

Andreas racconta di come sia legatissimo ai suoi cani e di come anche la più bella delle avventure non sarebbe stata completa senza la presenza di Apu e Ganga, e ammette che siano stati proprio loro ad ispirarlo in molte delle sue avventure, che in effetti porta sempre al seguito, alla ricerca della libertà.

E allora senza troppi giri di parole decide di chiedere l’aiuto dei social, pubblicando un appello su Facebook dove esordisce cosi: “Ciao a tutti, sto per fare una nuova follia: ho deciso di correre dalla Danimarca fino in Italia per una distanza totale di circa 1450 km, in 30 giorni, insieme ai miei cani“. Il suo appello non passa inosservato, sortendo gli effetti sperati: inizia a ricevere un grandissimo aiuto da parte di gente che, appassionata dalla vicenda, decide di seguirlo a distanza e contribuire concretamente, chi inviando dei soldi, chi offrendo ospitalità e cibo. Andreas sottolinea più volte come senza ognuna di queste persone non ce l’avrebbe fatta, non avrebbe potuto intraprendere questa splendida avventura e portarla a termine.

Un’avventura che costituisce solo una delle tante sfide incredibili vissute da Andreas, sempre pronto con un nuovo con sogno nel cassetto da realizzare. Andreas racconta anche del lato più personale di questi viaggi solitari, di quanto non manchino le difficoltà e i rischi e di quanto si possa imparare di se stessi mettendosi alla prova, spingendo oltre i propri limiti, perché “più è difficile e più si impara” dice sorridendo, perché davvero tutto è possibile, e detto da lui è difficile non crederci. E poi felice ammette: “Ero esattamente dove dovevo essere”. Ed allora, che sia la sfida e il traguardo per ognuno di noi, trovare quel posticino nel mondo dove sentire in cuor proprio di essere esattamente dove si voleva essere.

Lucia RotaDiLucia Rota

Cammino di Santu Jacu in Sardegna

Cammino di Santu Jacu in Sardegna
Sono le 17.00. Su Rai3 è possibile seguire l’ottimo programma Geo in compagnia di Sveva Sagramola e del fotografo naturalista Emanuele Bigi che va in onda da lunedí a venerdì. Protagonista indiscussa la natura da salvare, rispettare ma anche da conoscere meglio nella sua ricchezza e nei suoi pericoli.
La puntata del   22 marzo ci ha permesso di passeggiare  lungo il Cammino di Santu Jacu  in Sardegna,  un itinerario  che collega ca 100 comuni diversi. Il percorso completo è di ca 1250 chilometri di cui 450 km tra Cagliari e Porto Torres, tra Bolotana e Oristano, 250 km  da Cagliari per il Sulcis fino alle isole di S. Pietro e S. Antioco e ritorno. Il cammino viene segnalato con conchiglie e frecce gialle. Seguendo le testimonianze storiche del passaggio in Sardegna dell’Apostolo Giacomo toccheremo quasi tutti i comuni in cui esistono chiese o rovine dedicate all’apostolo ma anche siti preistorici e archeologici , bellezze naturali, foreste e  parchi naturali, aree vulcaniche, zone minerarie, le città piú importanti e i caratteristici borghi sperduti nel cuore della Sardegna.
Nel 2010 La Regione Autonoma Sardegna ha ufficializzato il  Cammino di Santu Jacu inserendolo nella rete degli itinerari turistici culturali e religiosi dell’ Isola.  Ospitalitá presso parrocchie, strutture comunali , alberghiere e B/B.
L’idea nacque a sostegno dell’idea dei Comuni il cui patrono è San Giacomo Maggiore (Santu Jacu in sardo) per dare maggior rilievo al proprio patrimonio storico-artistico e culturale, ripristinando e valorizzando il culto del patrono. Oggi, il Cammino di Santu Jacu tocca quasi tutti i comuni in cui esistono chiese di Santu Jacu, ma include anche siti preistorici e archeologici, bellezze naturali, foreste e parchi naturali, aree vulcaniche, alcune zone minerarie,  basiliche del romanico toscano, le città più importanti e i caratteristici borghi sperduti nel cuore della Sardegna, unendo in un percorso unico mari e monti, città e campagne, benessere e povertà, lingue, dialetti, usi e costumi diversi che coesistono su quest’isola che è “quasi un continente”
La Regione Autonoma della Sardegna lo ha dichiarato cammino regionale, inserendolo come base portante della rete degli itinerari turistici, culturali e religiosi dell’isola.
Si tratta, oggi, di un itinerario percorribile a piedi, in bici e a cavallo, che continua ad essere verificato nel tempo e migliorato, modificando le tappe più impervie, perché riguarda circa 100 comuni in zone diverse dell’isola, con tutto quello che ciò comporta.  Stiamo raccogliendo fondi per stabilizzare la segnaletica con piastrelle di grès ceramico e cippi, mentre prosegue l’opera di apertura di alloggi a prezzo pellegrino, pubblici e privati. ll Cammino di Santu Jacu rappresenta la spina dorsale di una rete di cammini nell’isola, perché ogni comune possa innestare dei percorsi locali che un pellegrino di lungo corso non percorre, ma che altri potranno apprezzare.

Contatti: amicisantujacu@gmail.com          www.camminando.eu/worldpres

Marie MorelDiMarie Morel

Un angolo di Italia nel cuore del Pakistan

Era il 1954 e l’Italia stava affrontando la sua lenta, faticosa risalita dopo la guerra.

L’anno era iniziato con una vera rivoluzione di costume e culturale, l’arrivo della televisione con la messa in onda a Capodanno del messaggio augurale di Papa Pio XII ed era proseguito con un evento memorabile, di cui l’Italia si era resa protagonista: la scalata del K2, il 31 luglio, da parte di una spedizione  patrocinata dal Club Alpino Italiano, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall’Istituto Geografico Militare e dallo Stato italiano, guidata dal geologo Ardito Desio.

La notizia si diffuse il 3 agosto ed accese l’entusiasmo degli italiani, che fecero della conquista di quella vetta, fino ad allora inviolata, il simbolo della rinascita dell’Italia nel dopoguerra.

Da allora il K2 è diventata “la montagna degli italiani”.

Un legame che non è solo affettivo e simbolico, ma che a partire da quel sogno realizzato dai nostri connazionali nel 1954, si è concretizzato nel Parco del Karakorum, nato grazie alla collaborazione tra Italia e Pakistan.

Si tratta di un’area di oltre 10.000 km che comprende il K2 ed altre montagne, con una flora e una fauna uniche al mondo, i suoi ghiacciai e il raro leopardo delle nevi, che vive tra i 33520 e i 6700 km di altitudine.

Destinata sulla carta a parco già nel 1993, di fatto lo è diventata solo di recente con il lavoro dell’associazione italiana EV-K2-CNR ed alcune istituzioni pakistane.

Il progetto è davvero innovativo, perché coinvolge in maniera diretta 135 popolazioni locali che portano avanti le attività tradizionali necessarie al loro sostentamento, condividendo però i piani sostenibilità e di conservazione del territorio.

Dal 2014, anche Moncler sostiene l’associazione EV-K2-CNR, promuovendo programmi di educazione ambientale come Keep Karakorum Clean e Keep K2 Clean, per ripulire dai rifiuti i campi base che ogni anno ospitano centinaia di persone, riportando le aree al loro splendore naturale. Solo nel 2014 sono state raccolte 15 tonnellate di spazzatura, smaltite grazie all’inceneritore ecologico Earth, installato da EV-K2-CNR nel 2007.  

Sono state avviate anche campagne di sensibilizzazione sull’importanza di preservare e mantenere puliti i ghiacciai, che sono la riserva d’acqua principale a cui attingono le popolazioni che vivono lungo tutto il bacino dell’Indo.

Riaccende la speranza sapere che, nel mondo, ci sono italiani, i quali, al di fuori delle istituzioni, ma organizzati sotto forma di aziende e associazioni, lavorano per portare avanti progetti stupendi come questo, solo per amore dell’ambiente, di un territorio, ovunque esso si trovi.

In barba alle logiche sovraniste, così di moda oggi, questi italiani sanno che la terra intera è un patrimonio che appartiene a tutta l’umanità, indipendentemente da nazionalità, razza o colore della pelle.

Elisa BorellaDiElisa Borella

La Milano che non ti aspetti: un itinerario tra vecchia e nuova metropoli

Capitale della moda e del design italiano, dell’editoria e dei mercati finanziari nostrani grazie alla famosa “Borsa”, Milano sembra essere la meta ideale solo per un weekend mordi e fuggi in giorni di saldi o di Black Friday. Ma siete proprio sicuri che sia davvero così? Quanti di voi, invece, hanno mai pensato di trattenersi in città per un soggiorno un pochino più lungo e totalmente turistico?

Certo, considerare il capoluogo lombardo una destinazione per un viaggio relax è cosa assai ardua da immaginare (e da praticare! Provare per credere…), vista la nomea di città perennemente di fretta che (non a torto, ad essere sinceri) si porta cucita addosso, tra un aperitivo sui Navigli di qua e una conference call con l’ufficio centrale in San Babila di là, dopo corse e spintonamenti vari in metropolitana all’ora di punta; sfuggente, frenetica, proiettata verso il futuro e l’innovazione, l’anima profonda di Milano sembra davvero difficile da cogliere e, soprattutto, da raccontare a chi è poco pratico di questi luoghi e/o del Bel Paese conosce (e sogna ad occhi aperti) solo i piccoli borghi arroccati su dolci pendii, con le stradicciole lastricate e i gerani appesi ai davanzali.

Se volete scoprire davvero la caotica metropoli del Nord Italia, ma avete purtroppo poco tempo a disposizione, vi consigliamo un breve itinerario low cost da percorrere interamente a piedi, tra mete già note e altre un po’ meno. Pronti?

  1. Mappa alla mano, il punto di ritrovo e di partenza sarà la centralissima piazza Duomo, per la foto di rito, dando le spalle alla cattedrale e dribblando turisti e piccioni molesti. Non vi sfuggirà, naturalmente, che lo sfondo della vostra fotografia o del vostro selfie sarà costituito da uno dei pochissimi esempi di architettura gotica in stile fiorito presente sul suolo italiano (data la collocazione geografica di Milano, l’influenza francese è, infatti, piuttosto forte) e non vi lascerete certo ingannare dal tripudio di statue e pinnacoli trasudanti aria di Medioevo: per completare il Duomo ci sono voluti, infatti, svariati secoli, tanto che la facciata in marmo rosa di Candoglia è stata ultimata… solo nell’Ottocento! esattamente come la piazza antistante il sagrato, risistemata negli stessi anni da Giuseppe Mengoni; per osservare del vero gotico duro e puro e del vero lavorato trecentesco, dovrete spingervi, piuttosto, sul retro della chiesa, nella zona dell’abside poligonale, decorata da statue, da bassorilievi e da vetrate coloratissime.
  2. Ancora in piazza Duomo, aguzzate la vista: alla vostra destra, leggermente arretrato rispetto alla facciata della cattedrale, potrete ammirare Palazzo Reale, opera dell’architetto Giuseppe Piermarini ed esempio mirabile di dimora in stile neoclassico (così chiamato perché un tempo fu abitato niente meno che dagli Asburgo! mentre oggi periodicamente ospita prestigiose mostre temporanee), affiancato dal poderoso Palazzo dell’Arengario (oggi sede del Museo del Novecento e della sua collezione permanente, ma pensato originariamente come sede del Comune cittadino in sostituzione di quello già esistente, detto “vecchio Broletto” e posto all’imbocco della vicinissima via dei Mercanti), edificato tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso su progetto di Muzio, Portaluppi, Griffini e Magistretti. Alla vostra sinistra, invece, non potrete non notare la maestosa Galleria Vittorio Emanuele II (altro soggetto prediletto per foto ricordo), costruita nell’Ottocento, sempre dal Mengoni, in stile neorinascimentale come strada coperta di collegamento tra Piazza Duomo e Piazza della Scala, sede dell’omonimo teatro; se la percorrerete per un buon tratto, sotto la cupola di vetro vi ritroverete circondati da una forma ottagonale definita (per l’appunto) l’“Ottagono”, oggi come allora sede dei cafè più antichi e lussuosi della città, oltre che delle boutiques più costose del circondario (un piccolo assaggio, insomma, di quello che vi aspetterà se avrete tempo e voglia di camminare fino al cosiddetto “Quadrilatero della moda” – sì, la geometria piana piace proprio ai milanesi! –, costituito dalle vie Montenapoleone, della Spiga, Manzoni e corso Venezia). Sul pavimento a litostrato della galleria sono rappresentate le insegne della città e una in particolare è molto amata dai turisti e dagli scaramantici in generale (non tanto dal Comune però che deve provvedere a continui restauri!), poiché si dice che, roteando il tallone sui testicoli del toro rampante a mosaico in campo azzurro posto nel braccio sinistro della Galleria, ci si assicurerà una seconda visita al capoluogo lombardo.
  3. Proseguendo fino alla fine della Galleria, vi ritroverete in Piazza della Scala: tra un albero e l’altro, non potrete non sentire su di voi lo sguardo fiero di quel genio a tutto tondo che fu Leonardo da Vinci, la cui statua è collocata proprio al centro della piazza; celebre artista, architetto, ingegnere, scultore toscano, egli collaborò a fine Quattrocento con Ludovico il Moro (duca di Milano e figlio di Francesco I Sforza), e rese grande e modernissima la città grazie, ad esempio, alla serie di chiuse ideate per rendere navigabili i Navigli (cioè i fiumi cittadini), e la cui opera più nota ed emblematica è il famoso Cenacolo dipinto sulla parete settentrionale del Refettorio della Chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie, ubicata in fondo a corso Magenta. Ai due lati opposti della statua di Leonardo si trovano Palazzo Marino, diventato sede del Comune dal 1861 (data che segna l’unificazione nazionale), ma costruito nel Cinquecento dall’architetto Galeazzo Alessi, e il Teatro alla Scala, mirabile opera del già citato Piermarini. Vanto della città grazie alla sua prestigiosissima Accademia di ballo e agli spettacoli d’opera e ai concerti presenti in cartellone tutto l’anno, il teatro inaugura ogni anno la sua stagione il 7 dicembre, giorno in cui Milano festeggia il suo patrono, Sant’Ambrogio (al quale, peraltro, è dedicata una splendida chiesa romanica in mattone a vista all’esterno e marmo bicromo all’interno, ubicata nella zona omonima, nella quale sono contenute le sue spoglie). Proprio accanto al famoso teatro, sulla destra, inizia via Verdi: imboccandola, vi ritroverete presto in via Brera, cuore pulsante della vecchia Milano e ritrovo di artisti.
  4. Una volta approdati nel bel mezzo del quartiere di Brera, sede della prestigiosa Pinacoteca, dell’Accademia di Belle Arti e della Biblioteca Braidense (collocata in fondo rispetto al cortile con la statua di Napoleone, in cima a una scalinata e con ancora all’interno gli scaffali in legno e i soffitti dipinti a trompe-l’œil), sentitevi pure liberi di perdervi nei vicoli stretti e tortuosi dove, nelle sere estive, alcune cartomanti cercheranno di curiosare nel vostro futuro, oppure, d’inverno, luminarie e luci natalizie invaderanno letteralmente la zona, dandone un’aria piuttosto suggestiva. Brera era, infatti, il quartiere degli artisti, fatto di stradine strette e dalle forme piuttosto bizzarre, che si intersecano tra loro formando angoli inusuali (eco del passato medievale della città, in cui non esistevano larghi viali perpendicolari o paralleli, tipici, invece di insediamenti latini come ad esempio Torino, costruita sull’impianto dell’antico castrum romano), sulle quali si affacciano piccoli appartamenti attraverso altrettanto piccole finestre. Quando ne avrete avuto abbastanza (o meglio, quando l’orologio vi imporrà di averne avuto abbastanza), proseguendo lungo via Solferino, incrocerete corso Garibaldi e procederete verso nord fino oltre Porta Garibaldi, una delle antiche porte della città vecchia, squarci che si aprivano nella cerchia di mura che circondavano Milano (la cui migliore descrizione è contenuta nei Promessi sposi, romanzo di ambientazione secentesca scritto da quell’intelletto fine che fu Alessandro Manzoni).
  5. Una volta lasciato alle vostre spalle in quartiere degli artisti, vi troverete catapultati nel bel mezzo della movida di corso Como, zona piena di locali e di posticini alla moda, uno dei quali non potrà che lasciarvi di stucco: non farò nomi, ma vi basti sapere che, contrassegnato da un ingresso piuttosto anonimo, questo luogo nasconde un vero e proprio giardino incantato, illuminato in ogni stagione da centinaia di lampadine che rendono l’atmosfera, gli acquisti e i costosi aperitivi davvero magici. Proprio questa parte del capoluogo lombardo, ultima tappa del nostro breve itinerario, in anni recentissimi è diventata, infatti, oggetto del rinnovamento urbanistico cittadino: assieme al nuovissimo quartiere di “City Life” (zona Portello) e alle tre torri degli “archistar” Zaha Hadid, Daniel Libeskind e Arata Isozaki, l’area raccolta attorno alla stazione Garibaldi forma il polo più innovativo e all’avanguardia in campo architettonico di Milano, dove nelle sere o nei pomeriggi invernali, passeggiando all’ombra del Bosco Verticale dello Studio Boeri, potrete trascorrere qualche ora in compagnia di amici o della vostra dolce metà pattinando sul ghiaccio, o curiosando tra i mercatini disposti tra piazza Gae Aulenti e Alvar Aalto (entrambi celebri architetti, la prima, in particolare, è stata responsabile della risistemazione urbanistica della zona Cadorna).

Se questo breve excursus sulla metropoli del Nord Italia vi ha incuriosito, non potrete che concordare con noi sul fatto che, come si dice da quelle parti, Milan l’è semper on gran Milan!

Elisa BorellaDiElisa Borella

50 sfumature di Puglia: Otranto tra storia locale, natura e acque cristalline

 

L’autunno e il freddo giungono sempre con qualche settimana di ritardo al Sud, dove anche a fine settembre è ancora possibile godersi un po’ di mare, qualche ultimo raggio di sole estivo e una discreta dose di tranquillità, senza sentirsi assediati da troppi turisti sudati intorno. In caso vi fosse rimasto qualche giorno di vacanza da trascorrere tra tuffi in acque cristalline e albe mozzafiato sulla costa, la Puglia è decisamente ciò che fa per voi!

In particolare, Otranto, il centro abitato situato più a oriente dello Stivale, perfetto mix tra interessanti siti storico-artistici e la giusta dose di meritato relax.

 

Il centro storico di Otranto è un piccolo gioiello interamente percorribile a piedi (non temete, le distanze sono assolutamente ragionevoli, anche se siete fuori allenamento!), un labirinto di viuzze strette e irregolari che, in un modo o nell’altro, finiranno sempre per condurvi nei due principali punti di interesse del borgo antico e della travagliata storia locale, fatta di continue conquiste da parte di popoli stranieri (messapi, greci, longobardi, bizantini, angioini, aragonesi…) e di razzie e devastazioni perpetrate da feroci popolazioni provenienti dalle coste del mar Mediterraneo, come ad esempio i Turchi.

La Cattedrale normanna, dedicata a Santa Maria Annunziata e posta proprio nel cuore pulsante della città vecchia, ospita infatti, la Cappella  dei Martiri, a ricordo del sacrificio di 800 otrantini, barbaramente uccisi dai soldati turchi di Maometto II nel 1480 per essersi rifiutati di ripudiare la propria fede cattolica in seguito all’assedio e alla caduta della città (gran parte della toponomastica locale ruota attorno a questo tragico evento, fateci caso); non dimenticate, inoltre, di osservare il mosaico pavimentale rappresentante l’albero della vita e alcune storie del Vecchio Testamento: realizzato intorno al 1160, è, infatti, uno dei cicli più suggestivi di tutto il Medioevo nostrano! 

A poca distanza, invece, non potrete che imbattervi nel poderoso Castello aragonese, edificato fin dal Duecento e oggetto di continui e progressivi ammodernamenti (come ad esempio quello realizzato facendo tesoro degli insegnamenti di Francesco di Giorgio Martini o quello cinquecentesco volto a fortificare ulteriormente il lato rivolto verso il mare) fino a trasformarsi nel ‘700 nell’ambientazione perfetta per il primo romanzo gotico della storia, Il castello di Otranto, per l’appunto, di Horace Walpole.

Per gli amanti dell’abbronzatura 365 giorni all’anno, invece, imperdibile è la sosta alla Baia dei Turchi (così chiamata per ricordare il tratto di costa che, secondo la tradizione più accreditata, assistette allo sbarco dei già sopra citati spietati guerrieri di Maometto II), la spiaggia sabbiosa più famosa della città, situata qualche chilometro a nord rispetto al centro storico. Mare cristallino, sabbia finissima, una leggera brezza che scompiglia i capelli… Cosa chiedere di più? Per chi, invece, volesse rispolverare il proprio animo romantico e sognatore, sempre in riva al mare, cullati dal lento sciabordare delle onde, la meta più indicata è sicuramente Punta Palascìa, il punto geografico situato più a est di tutta la penisola italiana, da cui godere di albe meravigliose nate direttamente dalle splendide acque salentine (posto gettonatissimo dove trascorrere la notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, se puntate a essere i primi in tutta Italia a salutare il sole del nuovo anno in compagnia di amici o della vostra dolce metà).

Ultimo, ma non per questo meno suggestivo, must nei dintorni di Otranto è il cosiddetto laghetto di bauxite“, un piccolo specchio d’acqua color smeraldo, originatosi a causa delle infiltrazioni d’acqua penetrate nella cava dell’omonimo minerale dismessa alla fine degli anni ’70, circondato da terra, sabbia e roccia… rossa! Il momento migliore per scattare una foto da cartolina e per godere di panorami da outback australiano pur rimanendo coi piedi saldamente ancorati al suolo italico è, ovviamente, il tramonto, quando le tinte dorate e color rame si accendono, inondando lo scenario di tutte le gradazioni possibili del rosso mattone, dell’arancione e del giallo.

Se non avete ancora avuto l’occasione di scoprire le bellezze pugliesi, Otranto è sicuramente un buon trampolino di lancio per immergervi nella cultura, nelle tradizioni e nella storia di questa regione italiana ricca di fascino e di luoghi interessanti da visitare e da vivere, un buon compromesso tra le preferenze di chi non disdegna lunghe passeggiate in mezzo alla natura e di chi, invece, è un fanatico della tintarella e dell’ombrellone, tra chi è interessato all’architettura e alla storia e chi, invece, è attratto dalla buona cucina. Ce n’è davvero per tutti i gusti… Provare per credere!

Elisa BorellaDiElisa Borella

Un borgo sospeso nel tempo: l’anima nascosta di Grottammare

Stanchi delle solite destinazioni balneari dell’affollata riviera romagnola tra tintarella e discoteca? Siete alla ricerca di una meta turistica ma non troppo, rilassante ma non troppo, storico-artistica ma non troppo? Niente paura! Vi basterà percorrere qualche chilometro più a sud di Rimini o di Riccione lungo l’autostrada che costeggia il mar Adriatico per raggiungere le Marche e imbattervi in Grottammare.

Gemella di Cupra Marittima e di San Benedetto del Tronto, Grottammare condivide con le vicine un tratto di costa denominato “Riviera delle Palme” – così ribattezzato per la fitta presenza di queste insolite piante che fanno da cornice a un salutare percorso ciclo-pedonale di circa 8 km; ma le peculiarità non si esauriscono certo qui: la cittadina, all’apparenza anonima, nasconde in realtà un’anima più intima e decisamente suggestiva. L’attuale centro abitato, infatti, con i suoi negozi, i suoi alberghi e la sua movida, altro non è che la versione contemporanea del suo nucleo originario, il “vecchio incasato”, arroccato su un’altura prospicente la marina e abbandonato in seguito all’espansione causata dalla crescita demografica e dallo sviluppo del turismo nella zona. Rimasto intatto nel corso del tempo, con le sue stradine in pendenza, tortuose e lastricate, con le sue case di mattoni a vista coi gerani sui davanzali, una addossata all’altra, e con i suoi scorci mozzafiato aperti sull’azzurro del cielo e di un mare limpidissimo, bloccato in un’atmosfera senza tempo, il centro storico ha attraversato indenne i gorghi della modernità e può regalarci oggi una delle esperienze più insolite e magiche al tempo stesso, quella di camminare sospesi in un eterno presente – come in un quadro.

Il borgo, non a caso insignito del titolo di “uno dei più belli d’Italia”, è comodamente raggiungibile a piedi ed è percorribile in tutti i suoi numerosi dislivelli: da quello più alto, dove svettano i ruderi del vecchio Castello, dal quale, all’ombra di pini imponenti e profumati, si gode di una splendida vista a 360° sulla costa, a quello della cinta muraria fortificata ancora oggi perfettamente conservata, costruita a difesa dell’agglomerato urbano, vittima nel passato di continue incursioni da parte di feroci pirati saraceni; infine, all’altezza di Piazza Peretti, così chiamata in onore di papa Sisto V (al secolo Felice Peretti, nativo del posto e cittadino grottammarese più illustre), è possibile ammirare in un unico colpo d’occhio un insieme di importanti edifici riuniti attorno a una poetica pianta d’arancio in vaso – un tempo custodita da un incaricato del Comune scelto ogni anno tra le famiglie del posto: il Palazzo Comunale con le sue logge panoramiche affacciate sul litorale e con la sua unica torre asimmetrica sormontata da un elegante orologio, il Teatro dell’Arancio con affissi i manifesti della “colonia felina” schedata (con tanto di nomi e di foto!) e protetta dai locali e la Chiesa di S. Giovanni Battista, interamente ricoperta di laterizio. Altri must see da non perdere sono, inoltre, la Chiesa di S. Lucia, commissionata dalla sorella di Sisto V ed edificata sopra alle rovine della modesta casa natale del papa su progetto dell’architetto Domenico Fontana, e il Torrione della Battaglia, a pianta circolare, un tempo eretto per difendere l’antico porto cittadino dagli attacchi provenienti dal mare – oggi ospitante, invece, il museo dedicato allo scultore locale Pericle Fazzini (1913-87).

L’itinerario tra le viuzze della cittadina è tranquillamente percorribile in un’unica giornata, in qualunque mese o stagione dell’anno (in estate può essere una buona alternativa al tuffo in mare, in inverno diventa, invece, scenario di un particolarissimo presepe vivente!), mentre il momento più favorevole per godere del fascino del luogo è, naturalmente, il tramonto, quando il laterizio si accende di tinte calde e avvolgenti. Insomma, se non avete ancora mai pensato alle Marche come a una meta di villeggiatura, è proprio il caso di iniziare a farlo… E Grottammare non si lascia certo sfuggire l’occasione di offrirsi come un ottimo punto di partenza per la vostra esplorazione!

Lucia RotaDiLucia Rota

”Addio do Fantin”

Nel cuore della Riviera di Levante, a  40 km da Genova, ecco Lavagna,  simbolo del turismo balneare grazie alla splendida spiaggia sabbiosa che si estende per chilometri . E’ una cittá da visitare  per la sua cucina, per i suoi monumenti e per la sua storia.
Dal 1982 ogni 13 agosto, il sagrato della  basilica dei Fieschi a San Salvatore di Cogorno,  ospita la rievocazione storica medievale dell’”Addio do Fantin”, l’addio  al celibato del conte Opizzo Fiesco. Il sontuoso matrimonio del conte Opizzo è un appuntamento reso suggestivo dalla straordinaria cornice monumentale del borgo dei Fieschi che comprende oltre alla basilica, il sagrato in ciottoli marini  ad anfiteatro con una meravigliosa acustica e possibili 600 posti a sedere. Addio do Fantin è una rievocazione storica strabiliante con migliaia di figuranti che si chiude con  “La torta dei Fieschi” una torta gigantesca oltre 13 quintali di dolce confezionato dai maestri pasticcieri di Lavagna in base a una ricetta segreta  .
La sera del 14 agosto un corteo imponente   parte da piazza Marconi , segue l’uscita della sposa dalla chiesa e arriva fino ai piedi della torre Fieschi. All’ arrivo del corteo in Piazza Vittorio Veneto, dopo la lettura del proclama delle nozze dall’Araldo, la contessa taglia simbolicamente la torta gigante dando il via a un simpatico gioco. Per poter mangiare la torta ogni partecipante al gioco deve acquistare uno o più biglietti azzurri per gli uomini e rosa per le donne con un nome di fantasia scritto sopra e deve poi cercare il ragazzo o la ragazza che possiede un biglietto identico al suo. E cosí i due “novelli innamorati” potranno ritirare le due fette dello squisito dolce lavagnese. Il gioco e tutta la rievocazione storica si svolgono in un’affascinante scenografia tra danze, giochi d’arme e di bandiera, gare di abilità con l’arco, musiche medievali eseguite dal vivo e il rullo dei tamburi.
I Fieschi nel tredicesimo secolo raggiunsero il culmine dello splendore e della potenza. Due suoi esponenti  salirono al soglio pontificio come Adriano V ricordato da Dante nel XIX canto del Purgatorio “……intra Siestri e Chiaveri s’adima una fiumana bella e del suo nome lo titol del mio sangue fa sua cima….
D’estate quando siamo a Rapallo andiamo talvolta a Lavagna o a Cogorno per partecipare alla festa Addio du Fantin. E’ sempre molto interessante.
Se non ci siete mai andati provateci la prossima volta che siete in Liguria. Buon divertimento!
 

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Foto http://www.tortadeifieschi.it/104__Programma_2017