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Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

DALLA CAMPANIA CON FURORE

Cosa significa per te scrivere poesia?

Per me è liberare l’inconscio,ma anche improvvisarmi ‘fingitore’ in senso Pessoano. Inoltre, se la Poesia ‘salva la vita’, parafrasando Donatella Bisutti, effettivamente potenzia creatività e immaginazione, a parte l’abreazione a cui conduce.

Tre libri di poesia che consiglieresti di leggere a chi si avvicina alla stessa e perché.

La Divina Commedia per la sua eccezionale imprescindibilità formativa; le opere Omnia di Emily Dckinson e di Sandro Penna, per la dicibilità dell’indicibile, e ne aggiungerei un quarto, bellissimo,della poeta, narratrice, fotografa e film maker Gabriella Maleti: Prima e Poi, ed. Gazebo, per la spiazzante e commovente (in accezione latina) sincerità.

Rimbaud diceva che il peggior nemico di un poeta è il poeta stesso. Cosa voleva dire secondo te?

Quando l’innocenza della propria passio si trasforma in mania produttiva e diventa marginale rispetto al’esca del divismo e del protagonismo ad oltranza, quando all’entusiasmo per il Poiein dell’Allodola Immortale subentrano invidia e noncuranza, ecco, qui secondo me il Poeta complotta contro se stesso e scade di brutto, mentre dovrebbe essere paladino di valori e di ideali. Ma forse anche questa è retorica. E pia ilusione.

Dall’alto di una torre quali dei libri acquistati da te lanceresti nel vuoto in quanto illeggibili e perché?

No, non getterei NESSUN libro dall’alto della torre sia per l’enorme rispetto che ho per la pagina scritta, anche modesta, sia perché non ho MAI sbagliato nella scelta di libri ottimi.
La cifra non mi stupisce, data la tendenza di scrivere da parte di tutti. Io dico: tutti poeti, nessun poeta.

Cosa ne pensi, secondo l’indagine Doxa, dei 4 milioni di poeti dichiarati in Italia ?

La cifra non mi stupisce, data la tendenza di scrivere da parte di tutti. Io dico: tutti poeti, nessun poeta.

Chi ha diritto di chiamarsi poeta e perché? Cosa lo rende tale?

I poetini e gli scrittorucoli d’accatto si autoincoronano tali per acquisire il patologico, delirante titolo di distinzione intellettuale. Sostengo che abbia diritto di definirsi tale chi di simile attività campa e chi sopravvive all’usura delle mode, dei tempi, delle tendenze, e vanti un background culturale solido e comprovato.

Avresti da proporre tre poeti ancora sconosciuti al grande pubblico che vorresti vivamente consigliare di leggere in quanto meritevoli di tale titolo?

Con mio sollievo ne avrei tanti e tanti; sono estremamente imbarazzato, ma indicherei Costanzo Ioni, Floriana Coppola e Gianpaolo Mastropasqua. Ma ci sarebbero almeno Luca Crastolla, François Nedel Atèrre, la grande Ketti Martino, Carla Viganò,Michele Carniel e Davide Cuorvo.

La poesia, secondo te, è un’arte di nicchia? Cosa si potrebbe fare per renderla più popolare?

La Poesia è arte di nicchia: la considero elitaria e diffido di queste teorie populiste, che respingo con tutte le energie in mio possesso. Beninteso, tutti hanno il diritto di esprimersi, ma la Poesia vera e i suoi autentici sacerdoti non debbono fare nulla per impiattarla alla mensa dei bruti e degli insensibili, vuoti individui, beceri e inconcludenti.

Hai dei momenti particolari quando componi? Dove di solito?

Non so spiegare come e in quali circostanze prende di me il controllo il daimon ispirativo; non ho un luogo preferito ove comporre; il mio ’adyton’ è ovunque, crea da sé il suo spazio, la concentrazione, il provvidenziale, irrinunciabile isolamento.

Con quale/i poeta/i andresti volentieri a cena (anche poeti che non sono più in vita) e perché?

Andrei a cena con tre poeti grandissimi che non ci sono più: l’rpino Pasquale Martiniello, il nolano Aristide La Rocca, la sanfelese Assunta Finiguerra,perché li ho conosciuti nelle più contorte spire viscerali dell’animo loro. E andrei a cena con Gabriella Maleti, portatami via in piena amicizia da un male crudele, e con Anne Sexton e Costantino Kavafis, geniali per loro conto. Unici. Meravigliosi.

POESIE

Come impedire al ghiaccio
di conquistare la lampada
rossa della tua bocca
Dormissi quieto mutassi il destino
Maledetti soffi di passione
Non c'è dolore che mi ridesti
da questa follia che piace all'orologio
che non batte più l'ora
che orrenda appare all'anima
anelante a ben mistica unzione
Vorrei allungare una mano
per competere con l'armonia
del tuo penare mentre dissangui il braccio
e ignori così di avere ai tuoi piedi
il mare oceano rivolo d'infinito
Non chiedermi cosa farò ora
mentre trasali mentre la tua memoria muore
o fingi stupore al muffito crepuscolo
che ostenta stanchezza nelle larghe mammelle
nel pube che è stato per troppo tempo
la mia piccola falena bruciata
una piccola madre a metà pagina di questa
dirottata esistenza Mi vorrei ingrato
dell'idillio e felice dell'aria solitaria
al punto da fischiettare una serenatella
alla luna che mi bagna la pelle
e stringere un grillo senza schiacciarlo
nel palmo dell'idea come se attaccassi
invece un banale malumore a descrizioni
spoglie affrettate afone stente
Ma forse sto furtando lo ammetto
radice di verità Già altrove la mia casa
si chiamò ala di qualcosa affine alla viltà
alla menzogna come la mia ridotta distesa
d'erba Una cornacchia aggetta la sua ombra
sulla mia fronte d'avorio Somiglio a un bravo
ragazzo che gioca d'intrugli con donne mature
rese deboli dalla pelle rilasciata e dalle natiche
pesanti Me le godo in un'ansa segreta
Le consumo in questa sigaretta

 

ARMANDO SAVERIANO da LA CIRCONFERENZA DELL'IRIDE

ARGONAUTA

Da quando vivo è un pretesto
il fermarmi rinviando ogni scelta .
Questa memoria sfitta di immagini
fa tedio nelle sillabe della contraddizione.
Fui Dedalo. Sarò Lazarillo (forse).
Il disoccupato a cui tutto rovina addosso
nella disillusione elicoidale. Chissà.
Ma intanto sogniamo in platea il cinema
dell’esistenza. Chi rotolò per esempio
nei dadi a getto di Giannetto Malespini
in mezzo all’ansa torbida del silenzio che
adesso come allora congiura ?
Certo –direte – un incosciente oppure
un poeta nella rivoluzione dei garofani.
Inutile immite ! La vita che ci gioca si
contende con l’ω μεγα l’ingiuria
dell’inganno. Ingaggia demoni la corrosione
dell’affanno quando incrociamo il
fioretto nel cuore della controversia
e siamo noi a subire nell’esplorazione
di anime interrate la beffa dell’inetta
avventura che (ci) disorienta in questo
nostro soggiorno a episodi nel mondo
tagliando i fili del senso che mai si designa.
Il fronte della natura scissa sembra
vicinissimo, vedete? E’ impresa impossibilepatetica
anche inventare significanze transfigurando la
propria natura -se è biblico issòpo come pare
essa sia-. Perexigue herous, argonauta allotrio io con voi
noi quando il folle scopo di credere in un qualsiasi vello
aggrapparcisi -cocciuti/falliti alfieri- si dissolve
aliforme fermentazione della dulcedine
d’illudersi. Materia morticina, pellicola umilia(nte)ta.
Qui noi ci guardiamo nelle lenti
arrovesciate del binocolo non osando saperci
invisibili e assurdi petendo origini celesti
dibattuti dalle fiondate del caso mazzafrusto
transitori sbandatissimi fuscelli.

 

Premio nazionale di poesia “Città di Sant’Anastasia” 5a.Edizione 2006/2007

 

Cappuccetto nella foresta dei bastoni
rischiava d'insordire
al finimondo dei nonni che infittivano lagne e proteste
inveendo forsennati contro chi arrestando il respiro
li avrebbe ridotti in polvere buona per l'avido vento
mentre no
loro volevano continuare ad arrampicarsi
sulle pareti fino al cielo
mangiare pesche chiedere alla nipotina
di chinarsi a sfilare la mutandina
Avevano becchi a battere il tuono
un odore di lucerna al lumicino
i capelli radi intrecciati al giugno che getta i fazzoletti
agli usignoli affranti tra gli asfodeli tòrti
Oh erano nonni fieri piegati dall'artrite che s'avanza
vantavano brevi racconti di albe adolescenti
ficcate nell'illusione dell'impudente giovinezza
Oh correvano allora dietro flauti e aquiloni
parlavano di fauni e di piaceri a fanciulle accaldate
tutti lavoravano a raccogliere la dolcezza dal marmo
festeggiando il primo sfogo dell'estate impura
Afferravano irruenti testa e coda dell'arcobaleno
sempre troppo distante dalla caparbietà umana
O cappuccetto cavalca l'alcione della tua finta innocenza
scova tra i vizi delle fauci il lupo
sorvolalo
precedilo
prometti al cacciatore la frode
della verginità
quando avrà estratto alla belva il cuore
e ballato sotto il cappio di Giuda e così l'aria
nera nera si pettinerà alle finestre delle minuscole
casette Lego dalle gialle margherite coi pastorelli
a mugghiar d'affarucci e logori castighi
Giocano i nonni puntati i bastoni
a schiacciacappuccetto
per sporcar la morale della fiaba
accendere un falò
arrostir la carne

ARMANDO SAVERIANO
22 giugno - Covidanno

Ilenia BragliaDiIlenia Braglia

Angoli d’Italia: La vera essenza della Val d’Aosta

Immagina una vallata circondata da vette maestose. Immagina i prati estivi, sormontati da cime innevate e ghiacciai perenni. Immagina i colori del tramonto sulla roccia e le case di montagna da cui qualcuno, ogni giorno, si trova ad ammirare quello spettacolo della natura. È questa la vera essenza della Val d’Aosta. Una regione timida e tranquilla, che fa da porta d’ingresso al nostro Paese. È Greta che mi accompagna in questo viaggio immaginario alla scoperta di un angolo d’Italia che è davvero uno degli angoli più settentrionali d’Italia. Tra paesi e vita di montagna, Greta mi spiega che è solo una la protagonista assoluta di questa regione: la natura.

La meraviglia della natura

Greta è cresciuta a Gaby, un paesino situato nella valle del Lys, le cui giornate vengono scandite dalle ombre delle montagne che lo circondano. Se l’andassi a trovare, mi dice, andremmo alla scoperta della natura. Perché è quella l’essenza del territorio in cui è cresciuta. I suoi abitanti la rispettano, la amano e condividono con lei la loro quotidianità. Andremmo a passeggiare ai piedi del Monte Rosa, il monte che “non si perde mai di vista” perché, con i suoi 4.633 m.s.l.m. e il suo secondo posto sul podio delle vette italiane, è difficile da non notare. Mi dice che è talmente bello da risvegliare l’impulso di volerlo fotografare a ogni ora del giorno, da ogni angolazione in cui lo si vede, in ogni sfumatura di colore che assume durante la giornata. Poi i laghi che punteggiano il territorio, quelli con l’acqua talmente fredda che non permettono di farci un bagno neanche d’estate, ma bellissimi da ammirare. E le cime, su cui si inerpicano sentieri per camminate e piste da sci. Le vallate della regione offrono davvero tutto ciò di cui c’è bisogno per connettersi con la natura più assoluta, in un viaggio attraverso se stessi e il territorio. Perché la Valle d’Aosta è una regione facile da assaporare nella sua piccolezza, ma anche nella vastità dei suoi panorami.

Il passaggio della storia

Tutta questa natura è stata protagonista di altrettanta storia, che ne ha percorso le strade attraverso le catene montuose e le vallate. È in una di queste, nella valle della Dora Baltea, che si trova una testimonianza storica importante nella regione: il forte di Bart, una rocca medioevale situata su una collina che sovrasta il piccolo paese di Bard. “Ha un’importanza storica talmente grande che ogni bambino della regione viene portato lì almeno una volta, in gita scolastica” mi spiega Greta. È sicuramente una delle cose da non perdere, dopo essersi immersi nella natura circostante. Allo stesso modo, anche Issogne e Fénis offrono uno scorcio sulla storia del territorio. I due paesini ospitano infatti altrettante castelli e residenze degne di nota, per chi si vuole addentrare nelle sensazione di una storia medioevale italiana ormai lontana.

Il buon cibo che riscalda

Ma tra passeggiate e visite a castelli, l’appetito sicuramente non manca. Come riempire lo stomaco di prelibatezze locali? “Ti consiglierei di assaporare il cibo valdostano in tutta la sua ‘leggerezza'” mi dice Greta “polenta e zuppe vengono insaporite da tre ingredienti principali:
burro, toma e fontina. Anche la carbonada è da provare, uno spezzatino di manzo al vino, o il vin brulé, immancabile in inverno. Entrambi fanno parte della nostra tradizione.” Una tradizione culinaria che deriva dalla cucina franco-svizzera e che, con il suo apporto calorico, riesce a riscaldare anche gli animi più infreddoliti.

Se sei nella zona…

Non perderti Aosta, il capoluogo di regione (e unica provincia). Anche se, mi avverte Greta, in una città come quella si rischia di perdere la vera essenza della Val d’Aosta.

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

10 domande a Federico PREZIOSI :

Chi, secondo te, può fregiarsi del titolo ”poeta” e perché?

Non saprei se quello di “poeta” possa essere un titolo a tutti gli effetti, di sicuro non è di facile attribuzione. Per me può definirsi poeta chi elabora un linguaggio differente da quello presente in altri ambiti. Ogni grande arte ne ha uno: la musica ha un linguaggio fatto di suoni, ritmo e pause; la pittura si realizza con i colori e le forme; la cinematografia si avvale di immagini, sequenze, inquadrature ecc. Si potrebbero dire tante cose ma, per farla breve, un poeta è colui che rappresenta la condizione di se stesso e/o del mondo attraverso un linguaggio di parole, una facoltà comunicativa da non confondere con la lingua e nemmeno con la velleità della comprensione. La parola in sé possiede ritmo e colore, evoca simboli e si avvale di tutta la potenza etimologica e d’utilizzo riconducibile alla interpretazione. Sta al poeta organizzare la disposizione testuale attraverso un sapiente dosaggio di ingredienti anche insoliti, se vogliamo. In sintesi, il poeta è per me un artigiano della parola.

Com’è nata la tua poesia e come definiresti il tuo stile.

È nata pochi anni fa attraverso la frequentazione di alcuni gruppi Facebook che hanno acceso in me la voglia di scrivere in versi. Ho sempre avuto il bisogno di esternare una verve creativa e, prima di intraprendere questo cammino con la scrittura, lo facevo con la musica. Si può dire che spesso cerchi proprio la musica nei miei versi e che le mie suggestioni siano continuamente guidate dai suoni.
Ho cominciato con la slam influenzata dal rap e ne è uscito fuori il mio esordio del 2017, “Il beat sull’inchiostro”, tutto basato sul ritmo. Successivamente mi sono lasciato conquistare da un sentire femminile, o meglio ho lasciato che venisse fuori un lato della mia personalità attraverso i versi. La testimonianza di questo passaggio è contenuta in “Variazione Madre”, del 2019, un’opera in cui mi immedesimo nel femminile a partire dal corpo quale sede della diversità biologica che intercorre tra uomo e donna. Qui il ritmo si è mitigato e ha lasciato posto alla melodia delle parole, anche se le tracce del passato non sono del tutto scomparse.
Oggi mi esprimo attraverso testi maggiormente concisi, volti a far emergere il vuoto e la mancanza anche attraverso una ricerca lessicale più accurata. Sono ritmicamente affascinato dal potere degli accenti contenuti nelle parole e il mio senso musicale si è diretto verso questi elementi per ricorrere a rime, assonanze, allitterazioni all’interno di una struttura più ragionata e leggermente meno istintiva. Mi considero un Versipelle, ossia cerco sempre di cambiare, di immedesimarmi anche in ciò che è altro da me. Spesso sono alla ricerca della convivenza degli antipodi anche a costo di sbagliare e di commettere passi falsi. Se c’è una cosa che non mi interessa in poesia è proprio quella di restare da una parte sola, è così noioso! Non amo le gabbie, a partire da quelle che mi costruisco da solo e di cui mi servo periodicamente.
Pertanto lascerei che le definizioni sul mio stile le diano i critici e gli addetti ai lavori: credo che avere un’immagine di sé passando esclusivamente da una definizione personale sia riduttivo e, in certi casi, anche egoistico.

Baudelaire scriveva che il peggior nemico di un poeta è un poeta. Cosa ne pensi?

Un poeta difficilmente può essere nemico di un altro poeta per questioni puramente poetiche, almeno di questi tempi. Le ragioni, a mio avviso, hanno origine di natura diversa da quelle strettamente legate alla scrittura. Sto parlando del carrierismo (che per quanto mi riguarda è una cosa semplicemente ridicola in poesia, considerando anche il numero esiguo di lettori) o di un’ideologizzazione eccessiva che vorrebbe distinguere il bene dal male nella scrittura. Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che l’arte è libertà. L’ideologia si incancrenisce, mentre il guizzo o il genio hanno effetti duraturi nei secoli. Un vero poeta è tale al di là delle correnti o dei movimenti di appartenenza.

Perché la poesia al giorno d’oggi vende poco?

La poesia ha sempre venduto poco perché richiede un certo impegno da parte del lettore, il quale non sempre riesce a entrare in relazione con il linguaggio poetico a livello generale. Inoltre, in un’epoca di slogan, di risposte e interpretazioni della realtà così veloci e accattivanti, la poesia è vista come una mera perdita di tempo. Tra l’altro oggi siamo abituati a misurare tutto attraverso i soldi e il successo, cosa impensabile ai tempi di Foscolo o Leopardi. Se la poesia vende poco, assistiamo al contempo al fenomeno che vede molti (pseudo) poeti affermati impegnati nella spettacolarizzazione della parola ed erodere sempre di più il limite che intercorre tra l’arte versificatoria e l’intrattenimento. Certo, andare oltre gli schematismi è compito dell’arte, ma non si vive di sole violazioni. È un’epoca dove il brand conta più del contenuto in sé: l’estro va benissimo e anche la dichiarazione poetica, ma questo non giustificherà mai il valore della poesia che non cede alle velleità modaiole da esaurirsi nel giro di poche stagioni. La poesia, invece, deve avere un’ambizione eterna, anche quando presenta contenuti bassi, anche quando vuol far ridere o ridicolizzare. La poesia vive un paradosso, quella di non poter seguire le regole del mercato anche se ha bisogno proprio di un mercato per beneficiare di una diffusione oggi. In ogni caso, diffido fortemente da chi sostiene che il poeta debba necessariamente semplificare il proprio linguaggio al fine di raggiungere un numero di lettori più ampio. I lettori vanno rispettati anche nel dissenso e nelle distanze, la semplicità a tutti i costi sa essere ben più pretestuosa e falsa di certi contorsionismi linguistici, in quanto ci si illude che il compiacimento e il consenso equivalgano alla comprensione e a un rapporto onesta tra poeta e lettore. Io le chiamo prese per i fondelli, perché l’animo umano va esplorato e rappresentato anche toccando ciò che il lettore comune non vuol vedere. Ci sarebbe anche da fare, inoltre, un discorso sulle scuole, troppo impegnate ad appiccicare attributi ideologici e morali alla poesia a scapito del senso critico che, se sviluppato, gioverebbe non poco al mercato del libro… e non solo.

È più importante vendere ed essere riconosciuto dal grande pubblico o rimanere un’icona per un ristretto gruppo di veri intenditori di poesia?

Essere riconosciuti dal grande pubblico fa piacere, inutile negarlo, ma dipende da come ci si arriva: alla gente piacciono i personaggi e le storie, tuttavia penso che tanti grandi poeti abbiano operato quasi nascondendo certi aspetti personali portati alla luce solo in una fase successiva. Per me la divulgazione di un’opera è fondamentale, altrimenti non so quanto abbia senso pubblicarla, considerando anche la saturazione del mercato. Ad ogni modo credo che ogni poeta, se ha davvero qualcosa da dire dal punto di vista stilistico e tematico, debba interrogarsi sui propri lettori. Nel mio piccolo, penso che la poesia sia un mezzo per fare i conti con la consapevolezza umana. In Variazione Madre mostro la mia parte femminile attraverso i versi perché ho sentito l’esigenza di fare mia questa tematica e di trasmetterla in quanto persona attraverso un linguaggio diverso. Il femminile non è solo una questione delle donne, la definizione dei ruoli passa attraverso un accordo tra le parti e, a partire da questo presupposto, cerco un contatto con dei lettori, ovvero una comunità che accolga la parola e la faccia propria. Se questo messaggio di immedesimazione venisse gratificato anche dalle vendite ne sarei contento, ma il mio intento resta principalmente artistico e intellettuale. L’attivismo si deve focalizzare sulla poesia, non ho la pretesa di fare della scrittura poetica un lavoro, anche perché essere costretti a pubblicare libri, magari scadenti, e andare in giro a fare i santoni o i fenomeni da baraccone per vivere non rientra nelle mie ambizioni. 

Tre libri di poesia che lanceresti dalla torre ?

Farei un torto a qualche contemporaneo e ritorneremmo a quanto detto alla domanda precedente in riferimento ai poeti nemici di se stessi. Pertanto mi impegno a trattenere tutto ciò che leggo, tanto ci penseranno i posteri a fare pulizia. 

Tre libri di poesia che non potresti mai fare a meno di rileggere per la centesima volta.

Variazioni Belliche di Amelia Rosselli, Ossi di Seppia di Eugenio Montale, Nome e soprannome di Simone Cattaneo

Tra i poeti contemporanei conosciuti via web e ancora sconosciuti al grande pubblico, quali ti hanno colpito di più e perché ?

Sono tantissime le voci interessanti sul web e spendere una buona parola per tutti quelli che incontrano il mio gusto non è affatto semplice. In ordine sparso cito: Beatrice Orsini per la capacità di decostruzione della parola e il senso scenografico della poesia; Luca Crastolla per la sua abilità di collezionare oggetti-parole, salvarli dall’uso comune e dare loro nuova vita; Floriana Coppola per la sua capacità analitica profonda che non teme il coinvolgimento dei sentimenti umani più nascosti; Ketti Martino per il tratto sintetico, esistenziale e penetrante in poche gocce; Ilaria Sordi per fare del cielo una meta ambita senza rinunciare alle proprie “dannazioni”; Marina Marchesiello per l’immagine pacificatoria dell’umanità che passa attraverso la carne e le ossa. Ce ne sono tanti altri che meriterebbero di essere citati, ma rischierei di fare una lista infinita.
 

  1. Come si fa a distinguere una bella poesia da un bel pensierino buttato lì? 

 

La poesia ha l’occhio lungo e il passo lento, il pensierino buttato lì, invece, è spesso accattivante ma si consuma rapidamente. Una bella poesia, per me, resiste ai secoli. Poi posso anche sbagliarmi perché, per fortuna, non esiste un metodo scientifico per stabilirlo. Certo, la confusione tra frasette e versi è un male diffuso, pertanto, citando Valentino Zeichen, una stoccata al proliferare di versucoli soprattutto sul web la vorrei dare: “È bene tenere le unghie corte / lo stesso vale per i versi; / la poesia ne guadagna in igiene / e il poeta trova una nuova Calliope / a cui ispirarsi: la musa podologa”.

Hai la possibilità di uscire a cena con qualche poeta non più in vita. Chi sceglieresti e perché?

Se potessi lo chiederei ad Anne Sexton, perché scriveva dei versi meravigliosamente viscerali e perché ho una sorta di ammirazione per le donne che mettono in discussione “le regole del gioco”; stessa cosa per Sylvia Plath, la quale possedeva un’immaginario simbolico molto molto carico e intrigante. Naturalmente lo chiederei anche ad Amelia Rosselli perché i suoi versi mi hanno sventrato e non ho mai capito il perché. Lei mi ha insegnato che si può scuotere anche senza essere diretti, che la parola si deposita, sedimenta e brucia. Poi andrei a cena con Montale perché sono innamorato dei suoi dettagli e dalla capacità di usare l’oggetto in poesia, ma non gli chiederei della parola.

 

Biografia

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Oggi vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Si avvicina alla poesia grazie all’incontro con Armando Saveriano, con il quale fonda il gruppo Facebook “Poienauti”, successivamente diventa moderatore del gruppo “Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei”. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di “Versipelle”, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito www.versipelleblog.wordpress.com. Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap. Nel luglio 2019 viene pubblicata da Controluna, nella collana Lepisma Floema, Variazione Madre con la curatela di Giuseppe Cerbino, un’opera in cui il poeta irpino si immedesima nel femminile cercando di emularne il linguaggio attraverso poesia. Nel 2020 esordisce con il progetto musicale “La lacrima della canzonetta” scrivendo le liriche e prestando la propria voce. Le sue poesie sono state pubblicate su antologie, riviste online e quotidiani nazionali.

Poesie

Atom Heart Mother

quando la luce mi scaldò i seni
furono d’attese voragini. Non pensavo
poter essere madre… Rifugiavo la vita
su nel solaio, così come
toccavo con mano le forme. Dita
a fertilizzare acerbe escrescenze
e in dote il dono. L’esplorazione
il mentre del tempo, il mentre fuggente
il mantra del corpo che il tempo si perde.
Sbocciai come donna, senza essere madre
pronunciando le labbra al sentire carnale.
Protesi negli acini tesa la cinta
celando gli incavi. Le mani
imbrattate di mosto, le mani narcise
facevano posto. Cambiavo d’aspetto, capezzoli grossi,
di carne le spille sferzavano l’uomo
di carne il solo e unico avvento. Non madre
ma donna d’aspetto. Furono cellule
a cristallizzare nel ventre gli umori. Di perle
un nido di palmi pietosi. Sentivo parlare
il corpo ed il frutto infine venne
il principio di tutto. Felice
urlai la mia vendetta! Essere
una madre e una donna
una sola cosa.

da Variazione Madre (a cura di Giuseppe Cerbino), Controluna – Lepisma Floema 2019

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Ho del mare da piantarti nella gola

questo mare che mi balla che mi beve
che sconquassa Questo mare che mi esplode
dalle viscere dal ventre Questo mare
che si stende di bonacce e di tormente
che dal baratro si allunga sopra il becco di delfini
con le buste della plastica a bandire le rovine
Questo mare che le trame ci accoltella come lame
conficcando le budella tra quei denti sangue e perla
entro selachimorphema della perdita gitante
anatemi ho visto nascere e non c'era nessun altro
alfabeti e religioni divulgati dalle onde
vite al largo pei naufragi e le doglie trapassate
quanto sentimento scava la mia furia che ti stringe
a quale cielo declamare la finzione e l'astrazione
quando vedo apertamente che ho perduto la razione
delle ossa mai piantate e del sangue mai sgorgato
della pietas per me stessa e il sorriso che mi chiama
che mi abbraccia che mi dice con la sua vocina mamma!
Questo mare come lava sarà faro del tramonto
sarà freddo con le spoglie perché fino a quando muove
questo mare volge il canto a tutti i fiori a tutti i mali
che ha piantato le radici da nutrire con il sale.

da Variazione Madre (a cura di Giuseppe Cerbino), Controluna – Lepisma Floema 2019

 

Coperte

In un nimbo in una coltre
così d'un fiato,
alla goccia si scioglieva in volto
una premura del tutto autunnale
ma il verso,
il verso era avvolgente e caldo.
Lontano mantenevi l'abominio
dalle mie braccia
nel dolce trogolo delle attese
respirando un po' il mattino
nella notte.
Quanta cura per l'assenza
avresti avuto, Madre,
con un bacio
rimboccando le coperte
nella stanza accanto.

Inedito, pubblicato ne La bottega di poesia a cura di Maurizio Cucchi su La Repubblica, Aprile 2019

Dove il margine

Vieni,
ti porto dove il margine vale la chiusa
e l’ombrello non ripara dalle ombre bagnate;
il chiasso alla lunga si fa silenzio
in barba ai suoni che ti appartengono.
Sono tutti pensieri
certi stupidi certi meno
ma tutti comunque dirottati
dal peso di una goccia.
Si stacca il mento quando vedi un fiore
anche quando sai non è per te.

Indedito, pubblicato col titolo “Il peso di una goccia” ne La bottega di poesia a cura di Maurizio Cucchi su La Repubblica, Luglio 2020

Ilenia BragliaDiIlenia Braglia

Angoli d’Italia: Una passeggiata sui colli reggiani

L'Italia, come potete immaginare, non è fatta solo di città d'arte il cui nome suona famigliare anche oltre i confini europei. Il Belpaese si è fatto strada tra le menti collettive grazie alla sua cultura, al suo cibo, alla sua arte e ai suoi modi di essere. Ma questo paese meraviglioso non si ferma alle apparenze. C'è un mondo da scoprire, scorci inesplorati, nomi sconosciuti e gente con cui parlare. L'Italia ha tanto da raccontare e da mostrare, per questo vi porto alla scoperta di angoli sconosciuti ai più, viaggiando attraverso la storia, la gastronomia e le caratteristiche di luoghi di cui non avete mai sentito parlare...fino ad oggi.

Il primo angolo che scopriremo insieme è quello dove sono cresciuta. Si trova all'ingresso degli Appennini, in provincia di Reggio Emilia (Emilia-Romagna), dove la pianura incontra le montagne, dando forma a colline e altopiani che hanno visto il corso della storia, arti culinarie e parlate secolari.

"Andare a Canossa": tra storie epocali e modi di dire
In varie lingue esiste il modo di dire "Andare a Canossa". Con questo, si intende il riconoscere un errore fatto e chiedere umile perdono, subendone (anche) l'umiliazione. La cosiddetta "Umiliazione di Canossa", da cui deriva questo modo di dire, trovò il suo sfondo scenografico proprio in questo territorio: nel 1077, in un periodo in cui l'autorità ecclesiastica era in contrasto con quella imperiale, Papa Gregorio VII scomunicò l'Imperatore Enrico IV, costringendo quest'ultimo a chiedere umilmente perdono per potere essere nuovamente riconosciuto dal Papato. Lo fece in un gelido gennaio, quando l'imperatore dovette recarsi a Canossa, dove Gregorio VII era ospite della Contessa Matilde. Attese inginocchiato davanti al portale d'ingresso tre giorni e tre notti, tra tempeste di neve e temperature gelide, conquistando infine il perdono del Papa. Quello che seguì è ormai storia, ma quell'atto rimase così impresso nella mente delle persone da rendere Canossa un luogo il cui nome è legato ormai indissolubilmente alla cultura generale, italiana e non. Oggi del castello non è rimasto altro che un rudere circondato da natura e colline in cui immergersi per lunghe passeggiate. È però da non perdere la grande rievocazione storica che si tiene ogni anno a Quattro Castella (RE): durante gli ultimi giorni di maggio, costumanti, contrade, sbandieratori e personaggi pubblici, che vestono i panni di Enrico IV e la Contessa Matilde, riempiono le strade del paese, riproponendo giochi medioevali, arti, musica e i momenti che hanno reso quell'episodio così celebre. Un tuffo nella storia degno di essere vissuto.

Un'immersione nella spiritualità e nella natura
Restando nel comune di Canossa, c'è un piccolo borgo completamente sconosciuto ai più, ma molto particolare e degno di nota. Si tratta di Votigno di Canossa (RE), un borgo medioevale in cui ha sede la Casa del Tibet, un centro culturale buddista che vide addirittura la visita del Dalai Lama, che inaugurò questo luogo nel 1999. I toni tenui delle sue case in pietra si alternano ai colori vivaci delle stupa e degli ornamenti buddisti, il tutto incorniciato dalle colline verdi di questi luoghi.
Proseguendo poi il viaggio, addentrandosi sempre di più negli Appennini, si arriva a Castelnuovo ne' Monti (RE), dove la vista viene catturata da un monte solitario insolito. È la Pietra di Bismantova, un masso dalle pareti spioventi e il dorso piatto, che svetta sul panorama circostante. Citata anche da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia (Purgatorio, IV, 26), la Pietra è il luogo ideale per immergersi nella natura. Il luogo offre infatti passeggiate per tutti i gusti (la sommità si raggiunge facilmente in 20 minuti dal parcheggio) e pareti da arrampicata famose tra gli appassionati in tutto il Nord Italia.

Un'arte culinaria da non perdere
La provincia di Reggio Emilia fa parte di una zona, quella emiliana, in cui la gastronomia regna sovrana: Parmigiano-Reggiano, prosciutto crudo, mortadella, tortellini e tagliatelle sono solo alcune di queste. Ma immergendosi davvero nella cultura del posto, si scoprono tante piccole prelibatezze che non hanno ancora varcato i confini regionali, se non addirittura quelli provinciali.
L'erbazzone è un classico esempio di arte culinaria popolare. È una torta salata fatta di "erbe" (da cui ne deriva il nome) e prodotti locali: un ripieno di bietole, spinaci, cipollotti, ricotta, e Parmigiano-Reggiano (nella zona montanara della provincia viene aggiunto il riso) viene incorniciato da una pasta simile a quella brisé, sottile e insaporita dal lardo. È un piatto povero, ma molto saporito, con cui i reggiani amano fare merenda, mangiare come antipasto (con l'aggiunta di qualche salume locale) o anche per colazione. Viene servito infatti a piccoli pezzi al bar, nei forni o al ristorante ed è quindi adatto da mangiare a qualsiasi ora del giorno.
Se invece siete più amanti del dolce, la zuppa inglese fa per voi. Non lasciatevi ingannare dal nome: è un piatto tipico reggiano che assomiglia, come composizione, al tiramisù. È infatti un dolce a strati, composto da Savoiardi (biscotti lunghi e secchi) imbevuti nell'Alchermes (una bevanda liquorosa di colore rosso) e crema pasticcera classica alternata a quella al cacao. Il nome di questo dolce sembra derivi da un cuoco che, in onore di un ospite inglese presso la famiglia nobile per cui lavorava, ha rivisitato una ricetta locale già conosciuta, dandogli poi questo nome.
Se visitate la zona durante il periodo estivo, non perdetevi una delle tante sagre paesane: un pasto a base di erbazzone, un piatto di tortellini (che qui chiamiamo cappelletti) e, infine, una zuppa inglese vi permette di entrare ufficialmente nei sapori e nel piacere culinario che questa terra sa offrire. 


Se siete nella zona...
...non perdetevi anche il centro storico di Reggio Emilia, chiamata la "Città del Tricolore" per aver dato i natali all’attuale Tricolore italiano. È una città che, come le più conosciute Parma, Modena e Bologna, si sviluppa lungo la via Emilia, la via di epoca romana assolutamente da seguire se volete immergervi in un viaggio attraverso la regione, fino ad arrivare al mare Adriatico.


Dante Alighieri CopenaghenDiDante Alighieri Copenaghen

Prolungata la scadenza del Concorso dedicato a Gianni Rodari.

Il concorso a Premi della Dante Alighieri di Copenaghen, nella sua seconda edizione, é dedicato alla Letteratura per ragazzi e bambini, in omaggio al centenario della nascita di Gianni Rodari.

Possono partecipare al concorso tutti gli scrittori per ragazzi e bambini con opere inedite o edite. Le opere possono essere redatte in italiano oppure in danese. Leggi il regolamento completo sul sito: segui il link.

Presto pubblicheremo i nuovi termini per il concorso. Ma ricorda che l´iscrizione deve in ogni caso essere effettuata entro il 10 aprile.

La consegna del materiale invece sará posticipata.

Al concorso si partecipa compilando l´apposito modulo di iscrizione, pagando contestualmente la quota di partecipazione per i diritti di segreteria. Puoi richiedere il modulo a segretaria@dante-alighieri-cph.dk

 

Marie MorelDiMarie Morel

Miseria e nobiltà, un cult imperdibile della commedia italiana

Resto spaesata, a volte, dinanzi all’enorme offerta di canali e programmi televisivi che oggi abbiamo a disposizione. Troppo abbondante e, spesso, di scarsa qualità, per cui, prima di trovare qualcosa che valga la pena di vedere, si deve fare una lunga e attenta selezione. Ci sono i canali tematici per gli appassionati di alcune materie, hobby e generi cinematografici e tantissimi dedicati ai bambini. Chi appartiene alla mia generazione ricorderà che, quando eravamo bambini, i canali erano pochi e la scelta ancor di più. Ho trascorso i primi anni della mia vita guardando i film di Shirley Temple, i classici del western, il mago di Oz (1939), il lago dei cigni (del 1981, cartone antesignano de “La principessa del lago”), e, soprattutto, quelli di Totò.

Ne ho visti tanti, se non tutti, e più volte, ma pur amando il principe della risata, con il tempo sono finiti nel dimenticatoio. L’altro giorno, parlandone con mio figlio, sono rimasta sorpresa quando mi ha rivelato di non aver mai visto “Miseria e nobiltà”. L’ho ritenuta una mia grave mancanza, dal momento che sto cercando di inculcare nei miei figli un’adeguata cultura cinematografica, al di là del gusto personale. Ed un cult del cinema come questo non può mancare all’appello. Ho rimediato subito e l’ho costretto a vederlo all’istante. Era un po’ ricalcitrante inizialmente, ma dopo i primi momenti di perplessità l’ho visto via via apprezzare sempre di più la comicità semplice, genuina, spoglia di fronzoli e volgarità di questo film. Oltre ad essere un pezzo di storia del cinema, è anche un affresco della vita a Napoli, alla fine del 1800. Totò interpreta Felice Sciosciammocca, maschera reinventata e portata sulle scene da Eduardo Scarpetta e divenuta celebre grazie all’eccezionale attore partenopeo. Di professione scrivano squattrinato e sciupafemmine, Felice condivide casa, sventure e miseria con l’amico Pasquale, fotografo ambulante e le rispettive famiglie. I due vivono alla giornata, cercando di sfuggire ai creditori e di raggranellare qualcosa per sfamare mogli e figli, ma con scarso successo. Ormai sono ridotti alla fame, quando la fortuna va loro incontro nei panni di don Luigino, un giovane benestante che si innamora di Pupella, la figlia di Pasquale. Luigino viene a sapere che la sua amata non mangia da diversi giorni, quindi salda i debiti di Felice e Pasquale e invia loro un lauto pasto, ordinato al ristorante. Pupella, Felice e la compagna Luisella, Pasquale e sua moglie Concetta credono di avere le allucinazioni per la fame, quando il cuoco allestisce dinanzi ai loro occhi un banchetto coi fiocchi. Appena questi si allontana si avventano tutti sulla tavola imbandita. E’ memorabile la scena in cui Totò e gli altri protagonisti mangiano gli spaghetti con le mani, accennando una tarantella. Chi non l’ha mai vista? La fortuna bussa una seconda volta alla porta di Felice e Pasquale quel giorno. Il marchesino Eugenio è innamorato della bellissima Gemma, una ballerina di teatro e sorella di don Luigino, ma i suoi parenti altolocati non approvano la sua unione con una borghese. Paga, allora, gli squattrinati per fingersi la sua nobile parentela. Vestiti rispettivamente da marchese, principe di Casador, contessa e contessina del Pero, Felice, Pasquale, Concetta e Pupella vanno a casa di don Gaetano, per chiedere la mano di Gemma, ma giunti lì la vicenda si ingarbuglierà creando una serie di equivoci, che si concluderanno con un lieto fine, per tutti, o quasi.

Un film che con la sua schiettezza e semplicità strappa sorrisi autentici ed un momento di vero svago e spensieratezza.  

Alla fine mio figlio, che appartiene alla generazione dei filmoni dagli effetti speciali sensazionalistici mi ha detto: “Mamma, avevi ragione, avrei dovuto vederlo prima”. E , quando un figlio adolescente per una volta ti dà ragione, è una grande soddisfazione.

 

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

Andrea Bassani: l´ intervista

Intervista

1) Chi può essere definito un poeta e perché?

Il poeta è un ribelle. Non accetta la vita così com’è, il sistema come gliel’hanno imposto, il destino, la sofferenza, la perdita, l’abbandono, la morte. Il poeta non accetta la durezza e la crudezza di questo mondo. Ciò che per l’uomo “educato” è normale e naturale, per il poeta non lo è. Da questa insoddisfazione, da questo non saperne abbastanza, da questa ignorante passività a cui l’umanità si piega per decretata e risaputa impotenza, nasce la protesta del poeta, una protesta che si fa canto e ricerca della possibilità di evadere dalla comune condizione ed accarezza il sogno di elevazione a uno stato che potremmo definire “divino” o “di grazia”, che è il frutto di una misteriosa intuizione della verità capace di placare anche la sofferenza più dura. Il poeta è un uomo che reagisce nobilmente al suo infame destino e lo afferra per le corna: non si lascia educare da questi ma lo educa. Ecco, questo per me è il poeta. 

2) Come nascono i tuoi componimenti poetici? Dove trae spunto la tua creatività?

Le mie poesie nascono da sole, in momenti di debolezza, in attimi di intensità emotive che devo controllare per non esserne sopraffatto. Non c’è nessun gioco creativo, non c’è metodo letterario che renda ciò che scrivo un esercizio linguistico. Io ho scritto soltanto per domare una situazione difficile, per sopravvivere a un vuoto, per proseguire a vivere quando il destino ha minacciato la mia dignità. Grazie alla poesia ho potuto amare anche il momento della necessità. La poesia mi ha permesso di amare ciò che detestavo. È una magia questa che non si impara: ti viene trasmessa forse da bambino, da qualcosa o qualcuno. È una materia incandescente, uno spirito che assorbi e veglia sul tuo cammino. Resta silente per anni, ma quando arriva il pericolo si manifesta. Poi tace di nuovo, ma tu sai che è ancora presente. 

 

3) Chi ti ha influenzato come poeta, e perché?

Quando ero bambino, io e mio nonno Mario stavamo ore insieme nell’orto, il giorno e la sera. Lui mi raccontava storie e conosceva molte poesie a memoria. Poi mi chiedeva di indicare un ortaggio, un frutto o la luna o una sedia. Io sceglievo e lui mi improvvisava una poesia su ciò che avevo scelto. È certamente stato lui a porre il seme della poesia nel mio sangue. Lui era un contadino ed io una terra vergine. Perché l’ha fatto? Perché era un poeta. In magia credo si dica “lasciare il segno”. 

4) Devi elogiare 3 poeti recenti oppure scomparsi e purtroppo dimenticartene altri 3. Quali sono e quali libri salvi o rinneghi?

Sarebbe troppo riduttivo elogiarne tre e dimenticarne tre soltanto. 

5) Cosa ne  pensi di Rimbaud che asseriva che il peggior nemico di un poeta è un altro poeta? 

Penso che Rimbaud sia stato un genio, ma non c’era pace nella sua anima. Egli ha composto liriche illuminanti ma non ha saputo amare il suo prossimo e nemmeno se stesso. 

6) E' più facile scrivere poesia o narrativa?

Non mi sono mai occupato di narrativa, non ancora (forse). Tuttavia credo che la narrativa possa concedere una leggerezza operativa che in poesia non è possibile, se la poesia è affrontata seriamente e considerata nella sua sacralità. 

7) In Italia si pensa ci siano circa quattro milioni di ipotetici poeti. Come riconosci chi fa poesia da chi scrive bei pensierini che vengono confusi con la stessa?

Io non amo giudicare l’operato degli altri, però sono convinto che con l’arte non sia possibile imbrogliare. Io discerno le poesie in tre categorie: le poesie che sento scritte con l’anima, quelle che sento scritte con la mente e quelle che sento scritte con la mente nell’anima. Le poesie scritte con l’anima tendenzialmente mi appaiono cariche di energia emotiva ma immature, giovani, acerbe. Le poesie scritte con la mente hanno peculiarità tecniche letterarie e filosofiche più o meno apprezzabili ma non danno emozioni nel leggerle perché appunto non sono state scritte con l’anima. Le poesie scritte con la mente nell’anima sono, spesso e volentieri, le poesie perfette tra cui spiccano i capolavori che ci fanno appassionare. 

8) Come reagisci quando ti chiamano poeta? 

Dipende. Certamente non me ne vanto. Non ci tengo ad essere chiamato o riconosciuto poeta, non mi interessa. Mi interessava a ventitré anni, quando ero giovane, bello e vanitoso. Ora mi interessa l’effetto che ha la mia poesia sugli altri. Fare poesia è una missione umanitaria. Non basta scrivere ed atteggiarsi con il cappello alla Neruda e la pipa in bocca. Si deve essere sacerdoti della Poesia. 

9) Hai qualche poeta che hai conosciuto nel virtuale che vale la pena seguire? E se si, come si chiama/chiamano e che libri consiglieresti.

La poesia è qualcosa di talmente intimo e tocca corde così personali che non credo sia possibile dare un’indicazione in questo senso. Chi cerca la poesia la trova nel verso che ripercorre un suo vissuto passato o presente. Questi incontri accadono, fuori dal nostro controllo. Ci si inciampa nel poeta da seguire. 

 

10) Hai la possibilità di andare a cena con un poeta o poeti ancora in vita o scomparsi. Con chi vorresti trascorrere la serata e perché? 

Sicuramente vorrei cenare col poeta Bassani, per capire cos’è successo ad Andrea.

 

Biografia

Andrea Bassani nasce a Bergamo nel 1980. A diciannove anni, insieme a un gruppo di amici, costituisce una blues band della quale è cantante e si esibisce in locali notturni lombardi. A ventitré anni compone i primi versi e si avvicina con interesse al mondo della letteratura. A ventisei anni stampa la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Amore Androgeno” (Edizioni d’arte Imedea). Per Alberto Casiraghy pubblica la plaquette “Mare” (Pulcinoelefante) con un disegno di Giacomo Pellegrini. Incontra la poetessa milanese Alda Merini, nel suo appartamento sui Navigli, alla quale sottopone i suoi scritti. Durante un secondo incontro la stessa poetessa lo invita a proseguire sulla strada della versificazione con più alte ambizioni. Nel 2007, in seguito a un’importante conversione spirituale, lascia famiglia, amici, lavoro e si trasferisce a Pistoia.

Trascorre cinque anni d’inattività artistica durante i quali si dedica allo studio delle filosofie orientali e al volontariato. Solo nel 2013, a seguito dell’incontro col prof. Ernesto Marchese, relatore di una serie di conferenze sulla poesia classica e contemporanea, ricomincia a scrivere. Il suo “Cantico della Bellezza” viene letto nelle sale affrescate del comune di Pistoia dalla compagnia teatrale “Il Rubino”.

Una sua silloge tratta dal poema “Lechitiel” è pubblicata e recensita dalla poetessa Maria Grazia Calandrone sulla rivista internazionale “Poesia” del Febbraio 2016 (n°312). Otto inediti vengono pubblicati su Nazione Indiana. Riceve due lettere di critica positiva dal Cardinale Gianfranco Ravasi. Pubblica nel 2016 per “Terra d’Ulivi edizioni” il poema “Lechitiel”, apprezzato anche in Francia tanto da essere inserito nel prestigioso catalogo della Biblioteca del Centro Pompidou di Parigi. Partecipa a reading letterari e collabora con importanti personalità della letteratura contemporanea. Alcune sue poesie si possono ascoltare su canali youtube. Parallelo e altrettanto vissuto come espressione poetica è il suo percorso pittorico. Ha scritto di lui Bernard Tiburce (Bibliotecario del Centro Pompidou di Parigi) e il Prof. Clemente Francavilla (Docente di Teoria della percezione visiva e Psicologia della forma, Accademia di Belle Arti di Bari). 

Ha ricevuto un giudizio positivo dal critico d’arte Gian Ruggero Manzoni. La sua opera “Il Profeta” è stata collocata presso il Museo sacello di Sant’Egidio della Chiesa San Pasquale Baylòn di Taranto.

Nel Dicembre 2017 la commissione della Rivista Internazionale “Vesalius. Journal of the International Society for the History of Medicine” sceglie il disegno “Gli occhi di Vesalius” per la copertina del Vol.XXIII, N°.2. L’opera “Gli occhi di Vesalius” è in esposizione permanente nell’Archivio Tematico Museale per la Storia delle Arti Sanitarie (ARTEMAS) del Policlinico di Bari. Nominato giurato per la prima edizione (2017) del premio di poesia Maria Maddalena Morelli “Corilla Olimpica” città di Pistoia insieme ad Ernesto Marchese, Matteo Mazzone, Marco Marchi, Gabriella Grande, Giacomo Trinci, Antonella di Tommaso. Nel 2017 una sua biografia e alcune poesie tratte da “Lechitiel” compaiono nell’antologia poetica rumena “Poezia”, tradotte dalla poetessa Eliza Macadan. Nel Febbraio 2018 pubblica la plaquette “Sia poesia” per “Il ragazzo innocuo editore” di Luciano Ragozzino: 50 copie autografate contenenti sei poesie e un’incisione originale. Nel Settembre 2018 pubblica “la castità” (Ensemble), nella nuova collana “Leontopodium” per cui realizza il logo.

 

 

Poesie

 

da Lechitiel (terra d’ulivi edizioni)

poema catalogato alla BPI del Centro Pompidou di Parigi

 

Nell’assenza di te assenzio 

tra miliardi di parole vuote che non mi interessano 

dentro voci che mi entrano e mi escono 

a cui non ho chiesto né di entrare né di uscire. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

sulla pagina di un giornale che non leggo 

in questo bar che non saprei riconoscere una volta fuori 

girando per la sesta volta il caffè che berrò  

mentre la tazzina sotto gli occhi mi scompare. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

sottoposto ad un quotidiano scorrere di immagini 

e all’insopportabile sonoro dell’uomo che deve parlare 

e lamentarsi e polemizzare e sottolineare. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

fisse le mani al carrello  volando tra prodotti alimentari  

che soltanto intravedo ai lati passare 

o assorto nel mantra rotante di una lavanderia a gettoni;  

ascoltando senza ascoltare  

venditori ambulanti, pizze surgelate,  testimoni di Geova, frati, mormoni;  

annuendo con eguale sorriso  

alla vecchia ipocondriaca che mi assilla  

con la sua sinusite ed i suoi irrimediabili dolori. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

tra clacson che mi insultano barbarici 

perché non scatto a semaforo verde. 

Sotto la doccia che mi lava 

nello specchio che mi pettina 

nell’anonimità di un viale affollato  

nel confessionale che mi assolve dal peccato, 

nell’assenza di te assenzio 

e rispondo a chi si aspetta una risposta; 

guardo negli occhi chi mi cerca lo sguardo 

ma sono sempre da un’altra parte, 

presente altrove, 

in un posto assai più lontano da dove mi vedi. 

 

Un luogo questo che non saprei indicarti 

se tu volessi raggiungermi un giorno:  

è simile ad una camera oscura 

dove ci sono tante parole che ti girano attorno 

in attesa che l’angelo le chiami per condurle ai poeti 

che alla terra le daranno con le mani 

e con lacrime amare 

ad un pugno di anime mute. 

 

Dal catalogo d’arte “La carne dell’anima” a cura di Gabriella Grande (terra d’ulivi edizioni)

“La Valchiria” (Inchiostro su foglio Fabriano, 50x36 cm)

 

“Non potendo più amare chi amava 

sprofondò in un regno inferiore, 

un piano astrale ove la speranza agonizza col sogno 

nell’angolo più tetro della terra. 

Non potendo più amare chi amava, 

una patina di brina manteneva il cuore ibernato 

e la mente fissa al quadro evanescente di una felicità che poteva proseguire, 

che poteva continuare a maturare 

ricostruendo lo scenario primigenio di quando l’anima era un dio disincarnato.

 Non potendo più amare chi amava, 

le papille gustative rifiutavano il sapore 

e la bocca resisteva al cibo non più dato dalla sua bocca. 

Non potendo più amare chi amava, 

la cancrena fiorì nel grembo 

come un giglio ancora puro che però si cinge di bugie e ragnatele 

dando origine all’innesto dell’amara edera della melanconia. 

Non potendo più amare chi amava, tentò di amare tutti. 

Ma la somma di tutti gli occhi non dava la sua anima 

e la somma di tutte le materie non il suo corpo. 

Tutto non le bastava. Aveva bisogno di lei. 

Perché ogni rondine ha il suo nido insostituibile 

e una metà un incastro immutabile per una sola altra metà.”

 

Da “La Castità” (Ensemble edizioni, Roma)

Finalista al Premio Europeo Clemente Rebora 2019

 

Lo specchio del mattino

 

Mi cerco nello specchio ogni mattina. 

È strano. 

Mi ho davanti ma non mi trovo. 

Forse non sto guardando di più 

che uno scimmiotto in simile lattice, 

che mi fissa perché lo fisso

e che sta immobile perché sto immobile, 

qui, davanti a me, 

qui, davanti. 

 

Mi guarda da dentro il vetro, assente, 

fermo ed assente. 

Se io non gli ordino il movimento

se ne sta lì, dritto come uno stoccafisso. 

Sta lì, completamente disanimato.

Sta lì, privo di gioia e di dolore, 

in attesa di comando 

come un sacco qualsiasi, 

un già cadavere in piedi, 

un morto eretto,

tradito da un riflesso, 

smascherato. 

Più lo osservo attentamente 

più ne scopro la finzione, 

il trucco straordinario.

No, non è me. 

Non sei io, non sei.

Sì, lo ammetto, 

ancora mi servi perché mi occorre 

una mano per scrivere. 

 

Ma tu sei solo un mezzo

e per giunta espiatorio. 

Chissà se hai un interruttore nascosto 

da qualche parte. 

Potrei spegnerti ed andarmene. 

Potrei essermi stancato di giocare ad essere te. 

 

Mio Dio, dove sono? 

Sono dentro un robot di carne 

che ora è dentro uno specchio ovale, 

che ora è dentro questo bagno, 

dentro questa casa, 

dentro questa via, 

dentro questo paese, 

dentro, dentro, dentro,

fino all’universo, 

dentro all’infinito, 

così infinitamente immenso 

e così infinitamente piccolo. 

Un infinito 

che è principio e fine di se stesso, 

come due infiniti opposti e distanti 

che però sono lo stesso 

e nello stesso infinito. 

 

Mi cerco nello specchio ogni mattina.

Non vedo più che un povero fantoccio, 

un’immagine che dico mia 

perché non ho immagine. 

Un’immagine costretta a prestarmi la sua immagine

e io costretto ad accettarla.

 

Per quanto poco tempo cammineremo insieme, 

sappi che non ti amerò 

e non ti ho mai amato. 

Un giorno ti lascerò 

e tu farai la fine di una latta vuota 

non riciclabile. 

Ma che te ne importa: 

è in virtù di me che vivi, 

mio stanco e sgraziato 

pupazzo mutante.

Da qualche parte io sono, 

lì dentro di te, sì, 

da qualche parte, 

dentro di te io sono. 

Dentro di te, 

dentro lo specchio ovale, 

dentro questo bagno, 

dentro questa casa, 

dentro questa via, 

dentro questo paese, 

dentro, dentro, dentro.

 

Così mi vedo

senza vedermi

e non vedendomi ho la conferma di Dio 

e di tutte le sue creature 

che stanno aspettandomi,

anch’esse, da qualche parte, invisibili agli occhi, 

anch’esse forse cercandosi invano 

in un riflesso;

ingabbiate cavie da laboratorio, 

recluse, 

tenute nascoste a se stesse 

dentro una menzogna, 

toccando cose, 

annusando profumi, 

assaggiando sapori costruiti apposta;

indotte ad amare, a lottare, a soffrire

e quel che è peggio a pensare

come se mai bastasse, 

fino alla morte dell’asino.

 

Ci vuole poco a essere un’ombra

 

Una giostra di cavalli bianchi,

una lunga tavolata di francesi

dominante piazza grande,

rumore di bicchieri, 

voci che non comprendo,

giochi che non più mi riguardano:

divertimenti qua e là sparsi

che non mi rendono affatto nostalgico

del tempo in cui godevo del tempo.

 

Prima impari a camminare in fretta, 

prima arrivi. 

Bisogna soffermarsi il meno possibile

e accontentarsi dei propri panni. 

Mi addentro in una stretta viuzza

per non incontrare nessuno:

oltre i portoni 

le finestre emanano

odore umido di famiglia. 

Un antiquario propone angeli d’ottone.

Contemplo il miracolo della luce

in una piccola lanterna accesa 

sotto l’effigie scalcinata di una madonna.

 

Sul mio cammino una coppia irriverente:

non si sfalda né si sposta. 

Viene dritta verso di me come un ariete. 

La schivo io, 

prima che mi frantumi.

 

Mi c’è voluto poco a essere un’ombra,

ora d’erba, ora d’asfalto,

con la mia stessa andatura goffa, 

spalle avanti, schiena curva.

Con quella solita andatura 

scoglionata, stanca, 

per cui ancora mi riconosco

figlio di mio padre.

 

Ci vuole poco a essere un’ombra, 

un nulla impresso sui muri di calce, 

stretto e lungo per le discese, 

spezzato sulle gradinate,

buio su buio, 

vuoto ambulante.

Pietoso riflesso di me,

del mio io arreso

che mi cammina accanto.

 

Se mi fotografi non chiedermi di sorridere

 

Ho timore delle fotografie.

Quando mi aprono gli album di famiglia

sembra di sfogliare l’archivio 

dei desaparesidos. 

Nelle foto sorrido di rado: mi riconosci subito.

Non sorrido perché dietro l’obiettivo 

c’è qualcuno che mi sta ordinando di sorridere.

 

Tutti che sghignazzano come babbei:

“cheeeeeese”.

 

Mentono alla pellicola sapendo di mentire

per poi dimenticarsi di quella fotografia

e riscoprirla per caso dopo cinquant’anni

in una scatola di bottoni 

sotto una pila di polvere.

E sospirare:  

“ah, che bei momenti”. 

 

Non importa se quel giorno

hai bucato una ruota e 

tornato a piedi fino a casa

hai sorpreso la tua fidanzata 

a letto col tuo migliore amico.

Nella fotografia sorridi.

 

Le fotografie non servono a ricordare il passato

ma a falsificarlo.

 

Web  www.andrea-bassani.com

 

Instagram @andreabassani_art

Marie MorelDiMarie Morel

Franco Zeffirelli, l’artista e l’uomo

Il 15 giugno si è spento a Roma, all’età di 96 anni, uno dei più grandi registi, sceneggiatori, scenografi del cinema italiano, Franco Zeffirelli

Di origini fiorentine, secondo un’indagine genealogica condotta da due studiosi, si suppone che fosse imparentato con Leonardo da Vinci. 

La cosa non lascia stupiti, dinanzi alla sua acclarata indole creativa e geniale, che ha fruttato veri e propri gioielli, come il suo “Romeo e Giulietta”, l’”Amleto”, “La Traviata”, “Fratello sole, sorella luna”, per citarne alcuni. 

Per il suo lavoro Zeffirelli ha tratto ispirazione dalla Bibbia, dalla lirica, da grandi classici della letteratura ed è stato più apprezzato all’estero che in Italia, tanto da sentirsi spesso straniero in patria.

I suoi film, infatti, sono per lo più produzioni internazionali, con la partecipazione di attori del calibro di Richard Burton ed Elizabeth Taylor, Charlotte Gainsbourg, Judi Dench e Cher. 

La sua passione per Shakespeare, del quale ha portato sulle scene e sugli schermi numerose opere, gli è valsa la nomina a Sir, da parte della regina Elisabetta ed è l’unico italiano ad averla mai ottenuta.

Nel 1969, per “Romeo e Giulietta”, fu candidato agli Oscar come miglior regista, premio che avrebbe meritato di vincere, perché nessun adattamento cinematografico della celebre tragedia shakespeariana è emozionante come quella di Zeffirelli.

È uno di quei film che hanno segnato la mia adolescenza, l’avrò visto decine di volte e, sebbene nel corso degli anni io abbia conosciuto altri Romeo e Giulietta, nel mio immaginario resteranno sempre scolpiti con i volti, i costumi, gli scenari di Zeffirelli.

Il suo talento è stato premiato con numerosi riconoscimenti ed oltre ad essere un grande artista, era un uomo anticonformista e appassionato.

È stato uno dei pochi artisti negli anni cinquanta a professarsi apertamente di destra e anticomunista, cattolico ed omosessuale.

 La sua dichiarata omosessualità non ha mai ostacolato il suo rapporto con la Chiesa e con la fede, perché riteneva che se il rapporto carnale era peccato, doveva esserlo sia con un uomo che con una donna.

 Era polemico, invece, nei confronti dei movimenti gay, perché pensava che banalizzassero e ridicolizzassero l’omosessualità. Quando ne parlava diceva:” Io sono omosessuale, non gay”

Ha avuto una lunga relazione con Luchino Visconti, con il quale ha convissuto per molti anni e ha costruito una sua famiglia adottando, già grandi, Pippo e Luciano che sono cresciuti con lui e con i quali ha avuto uno scambio d’amore genitore- figli pari a quello di una relazione biologica. 

Tra le loro braccia si è spento nella sua casa di Roma, lasciando a tutti noi un patrimonio incommensurabile.

 Lo ricorderò rivedendo alcuni dei suoi film: “La bisbetica domatica”, “Romeo e Giulietta” (ancora) ,”Fratello sole e sorella luna”, “Jane Eyre” e “Un tè con Mussolini”

 

 

 

Silvia La RosaDiSilvia La Rosa

Cosetta Zanotti: la pittrice di storie 

L’incontro con Cosetta Zanotti, autrice bresciana di libri per bambini, mi ha trascinato in un viaggio fantastico, indietro nel tempo, col sorriso sulle labbra, senza veli, senza congetture, ma armata solo di carta e penna per imprimere quanto più potessi di un modo magico e affascinate che, almeno per un po’, tutti abbiamo la fortuna di sperimentare.

Le racconto di come mi sia avvicinata alle sue storie grazie all’entusiasmo di un bambino speciale, Simone, il nipote di casa, nonché lettore appassionato. E proprio la sua passione per le storie di Cosetta, grazie anche agli incontri con le scuole che l’autrice promuove, mi aveva molto incuriosita: ed eccoci così una di fronte all’altra, sebbene con parecchi chilometri di distanza, a darci del tu come se ci conoscessimo da tanto e parlare di scrittura. 

Cosetta Zanotti è la testimonianza di come i sogni dei bambini, con gli strumenti giusti, non sono poi così irraggiungibili. Cosetta ad esempio, da piccola sognava di diventare “una pittrice che racconta le storie”, un mestiere che in effetti oggi svolge con passione, creando per i bambini quelle storie che tanto sognava di poter “dipingere” per gli altri. 

Da piccola abitava in periferia, lontana dalle biblioteche, eppure si trasformava ogni volta che si ritrovava con un libro tra le mani, un po’ come fosse una bacchetta magica. 

Mi racconta di come sia stata fortunata ad avere avuto accanto delle persone importanti, in grado di comprendere la sua passione, la sua naturale inclinazione verso la scrittura, e a darle fiducia, a cominciare da uno dei suoi maestri a scuola, durante una fase cruciale di formazione, quella dell’infanzia. In effetti, secondo Cosetta ogni bambino può creare storie se accompagnato con gli strumenti giusti, proprio come lei stessa aveva iniziato a sperimentare a scuola. E poi, tra le figure fondamentali nel suo percorso di scrittrice un posto speciale è occupato da suo padre: anche lui aveva compreso la predisposizione di sua figlia verso la scrittura prima ancora che Cosetta riuscisse a esprimerla chiaramente. Così, suo padre decide di regalarle un cavalletto e tutto l’occorrente per dipingere e un gigantesco vocabolario che potesse contenere tutte le parole necessarie per Cosetta per poter creare storie e realizzare il suo sogno di bambina.

Mi racconta che essere scrittori significa essere differenti da qualsiasi altra persona, significa avere una particolare capacità di guardare alle cose, una particolare sensibilità nell’osservare e creare connessioni. Ma significa anche avere delle precise responsabilità, come quella di utilizzare le parole in maniera costruttiva, perché le parole sono potenti, possono creare o smontare, soprattutto quando ci si rivolge proprio ai bambini. Ed è proprio verso i bambini che Cosetta avverte come una missione ed una speranza, quella di scatenare una rivoluzione positiva per la prossima generazione. E poi c’è un’altra parola chiave, tanto amata da Cosetta: la gentilezza. La gentilezza, mi spiega, è una forma di eleganza e coraggio ed è proprio su questa che bisognerebbe costruire il mondo. 

Nonostante vi siano grandi responsabilità nello svolgere questo mestiere, si ha qualcosa indietro di davvero inestimabile. Scrivere storie per bambini e avere la possibilità di vivere il contatto con questi giovanissimi lettori offre dei grandi insegnamenti. Significa avere la possibilità di calarsi ancora nei loro panni, di vivere il mondo con i suoi moti imprevedibili attraverso i loro occhi e la loro splendida innocenza. 

In qualche modo dimentichiamo quanto sia splendido affrontare la quotidianità con un briciolo di candore, ci rivestiamo di strati e strati di protezione per non sentirci vulnerabili, per non essere toccati, dalle cose, dalle persone, da noi stessi. I bambini hanno innato quel coraggio che li spinge naturalmente verso il mondo. E così, Cosetta, proprio grazie ai suoi piccoli grandi lettori, percepisce questo sguardo verso le cose nella sua semplice bellezza, con fiducia, traducendo tutto questo in storie. E per un po’ siamo tutti parte di questo magico splendore.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Nata viva

 

La storia che racconterò oggi è quella di una persona nata viva: un racconto appassionato e antipedagogico di una bambina e, poi, di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo. 

“Nata viva è un romanzo ed un mini-film sulla vita della protagonista Zoe Rondini, di come tutti noi possiamo sognare, crescere e diventare adulti. 

Ci sono racconti, talvolta, che hanno una propria vita e il compito dei moderni cantastorie è solo quello di prestare la propria voce o la propria penna. 

Storie che hanno urgenza di essere raccontate, di imprimersi e di sopravvivere allo scorrere del tempo, come quella di Zoe Rondini. 

Zoe non respirava quando è nata. Ha cominciato a farlo dopo cinque, lunghissimi minuti. Cinque minuti che hanno segnato la sua vita per sempre. L’asfissia le ha procurato delle lesioni al sistema nervoso, per cui non cammina bene, non parla bene, non si muove bene. 

Eppure è viva ed esige di vivere.  Zoe esige di avere un’esistenza come tutti gli altri, perché si rende conto che i limiti non risiedono nella sua disabilità. Come non si è arresa in quei primi 5 minuti, decide di non farlo per il resto della sua vita e trasforma la sua esperienza in una storia, che ha raccontato nel libro autobiografico Nata viva (edito dalla Società Editrice Dante Alighieri,  novembre 2015) e nell’omonimo cortometraggio (regia di Lucia Pappalardo, realizzato dell’associazione nazionale  Filmaker e Videomaker Italiani ), vincitore del premio L’anello debole, al Festival di Capodarco nel 2016. 

Con onestà, trasparenza, ironia, Zoe Rondini racconta di cosa voglia dire essere una bambina, poi un’adolescente e, infine, una donna disabile, della scuola, del bullismo, della burocrazia e delle relazioni con chi la circonda, dai familiari ai professori, ai terapisti, agli uomini e di amore e sessualità.   

Una storia di vita, libertà e speranza che vorrei si diffondesse come un’eco, per raggiungere una moltitudine di persone. Quello di Zoe è un romanzo di formazione, è la storia di tutti noi che cresciamo, tra alti e bassi, momenti di difficoltà e soddisfazioni, sconfitte e vittorie, per trovare la nostra dimensione e la nostra serenità. E capire che la diversità è negli occhi di chi guarda e le eventuali difficoltà fisiche possono essere superate con la forza del pensiero, della fantasia, della creatività.

 Questo è il messaggio che Zoe vuole trasmettere agli altri e lo fa portando la sua esperienza nelle scuole, nelle università, partecipando a convegni e seminari.

Nelle scuole è attualmente impegnata nella realizzazione di progetto che si basa sulla narrazione di sé, che coinvolge bambini e ragazzi in prima persona, attraverso il racconto delle loro aspirazioni, prospettive, per prevenire il bullismo e diffondere la cultura del rispetto delle differenze.

Nel frattempo, Zoe sta lavorando al suo secondo libro in cui darà voce, attraverso delle interviste, a persone disabili e normodotate che conoscono bene il mondo della disabilità. Persone che si raccontano, parlano dei loro desideri, dei loro sogni, dei cambiamenti che vorrebbero si realizzassero.

Con il suo lavoro e il suo impegno, Zoe porta un messaggio agli altri, da cui ciascuno può trarre insegnamento: che la vita è un dono e che, in qualunque situazione ci troviamo, possiamo sempre fare qualcosa per dare il nostro contributo; che con tenacia e determinazione si possono superare i propri limiti; che ciascuno di noi può essere sorprendentemente speciale; che è ora di abbattere i tabù e gli stereotipi legati al mondo della disabilità. 

Zoe Rondini, in qualità di pedagogista, autrice, attrice e blogger è pronta a dare il suo contributo, in ambiti accademici e nei convegni per contribuire ad un lento ma progressivo cambiamento culturale.

 Questo è solo un piccolo assaggio del mondo di Zoe, che vi invito a visitare: 

www.piccologenio.it

Lettera di presentazione di “Nata viva”, romanzo e cortometraggio

Zoe torna tra i banchi di scuola: il progetto “Disabilità e narrazione di sé”

“Nata viva, ma con 5 minuti di ritardo” la vita dopo un’asfissia neonatale

Lezione per il master di psicologia della Lumsa 15.07.2018 

https://www.piccologenio.it/category/amore-e-disabilita-sfatiamo-i-tabu/

https://www.facebook.com/groups/146638665460085/?epa=SEARCH_BOX

 

Grazie Zoe, continua così perché: la vita riserva inaspettate sorprese alle persone che nonostante tutto… nascono vive!