Archivio delle categorie Musica e Opera

Silvia La RosaDiSilvia La Rosa

“Grande, grande, grande”

Mina Anna Maria Mazzini, da tutti amata semplicemente come Mina, è davvero un patrimonio inestimabile della musica italiana. Definita come “la più grande cantante bianca del mondo” da Louis Armstrong, con Mina nessuna descrizione rende la grandezza di questa artista.

 Proprio in merito alla sua voce straordinaria e inconfondibile ha ricevuto probabilmente il complimento più bello da Sara Vaughan, la massima esponente dello stile jazz denominato bebop, la quale disse di Mina:”Se non avessi la mia voce, vorrei avere quella di una giovane ragazza italiana di nome Mina” e, non a caso, Mina questa bellissima dedica l’ha inserita proprio come apertura della sua biografia per il sito internet.

Il contributo che Mina ha donato alla musica italiana è immenso quanto la sua vastissima discografia.Tutto comincia nel 1958, sul palco di un celebre locale, la Bussola di Marina di Pietrasanta, in Versilia, dove Mina si esibisce insieme ad un gruppo che stava riscuotendo successo in quegli anni, gli Happy Boys, ma ben presto viene notata da un discografico, David Matalon, che le propone di incidere dei brani in italiano e inglese. Da quel palco la carriera di Mina prosegue, inarrestabile, come cantante, presentatrice di programmi di successo, attrice e discografica.

 Mina sembra avere il potere di tramutare in oro tutto ciò che si trovi a toccare, cosi come testimoniano i successi collezionati durante tutta la sua carriera. In sessantuno anni di gloriosa attività Mina ha interpretato circa 1500 canzoni e venduto oltre 150 milioni di dischi, conquistando i primi posti delle classifiche italiane. E questi numeri sono ancora più significativi se si considera che il 23 agosto 1978 Mina, proprio in quello stesso palco che aveva segnato il suo esordio, si esibirà per l’ultima volta davanti al pubblico, ancora inconsapevole della scelta di Mina di allontanarsi per sempre dalle scene, per ritirarsi a vita privata. Una scelta dalla quale la cantante non torna più indietro, e che lascia il pubblico italiano sgomento.

 Eppure Mina riesce a realizzare qualcosa di ancora piùstraordinario. Seppur ritiratasi dalle scene, Mina non smette mai di cantare, regalando canzoni al pubblico che, da parte sua, continua ad amarla come se non fosse mai andata via. Da quel lontano 1978 la tigre di Cremona, cosi soprannominata, ha continuato a ruggire forte.Mina e il mito, un’artista che nonostante la sua “assenza” in un’epoca di onnipresenza mediatica e tecnologica, ha saputo essere più presente di chiunque altro, sempre ironica, moderna, unica.

Lei continua a cantare, pure in inglese, in spagnolo, in tedesco, e persino in giapponese, senza spostarsi dalla sua casa di Lugano la sua musica, la sua voce, arriva dritta alle stelle, ed è difficile non provare quel “brivido felino” che lei stessa intonava in una celebre canzone.

Eppure al di là dei trionfi e dei numeri vistosi c’è molto, molto di più.

C’é un personaggio amatissimo che, con una personalità magnetica, ha sempre onorato la propria libertà di scelta, anche quando questa non coincideva esattamente con le aspettative di un’Italia non ancora emancipata. E cosi le tanto discusse minigonne o gli abiti vertiginosi abbinati ad un trucco stravagante fatto di eyeliner e ciglia finte, perché Mina si divertiva a giocare e provocare, incarnando perfettamente quel ruolo di avanguardista. Nonostante lei stessa si definisse «una lungagnona col vestito da cocktail sottratto di nascosto alla madre» il suo carisma incantava tutti, tanto da farne una vera icona. D’altra parte, Mina rappresenta la prima artista italiana a sentire forte la necessità di una propria etichetta discografica, per non piegarsi a logiche di mercato ed avere massima libertà musicale: é cosi che nel 1967 nasce la PDU per iniziativa di Mina stessa e del padre, Giacomo Mazzini.

E poi c’é la Mina dei tempi moderni, che continua a incantare ed emozionare, ma anche a divertirsi con la musica, come quando si presenta nella sua versione di ologramma alieno per il 68esimo Festival di Sanremo nel 2018, per una collaborazione con una celebre compagnia telefonica, oppure quando presta la sua voce al celebre pezzo electo-swing All night long del dj austriaco Parov Stelar, con i passi del ballerino Sven Otten (noto anche con il nome di JSM, acronimo di JustSomeMotion).

Da ricordare anche “l’evento” del 2001, quando Mina apre le porte del proprio studio di registrazione regalando un live streaming ai propri fan, e sono da ricordare anche quei suoi brillanti contributi in veste di editorialista per delle note testate italiane e, più recentemente, il tributo con cui Chanel e Karl Lagerfeld hanno voluto omaggiare la divina Mina.

Un personaggio poliedrico, coraggioso, e pronto a nuove sfide, come l’incontro con il rap ad esempio, come testimonia il duetto con il rapper Mondo Marcio in Angeli e Demoni, dando prova di grande curiosità e attenzione verso il nuovo.

L’abbiamo amata ad ogni nota e battito di ciglia, perché Mina è semplicemente unica, semplicemente “grande, grande, grande”.

Marie MorelDiMarie Morel

Franco Battiato, il cantautore eclettico

Da qualche giorno, su internet si rincorrono notizie, smentite, speculazioni sulle condizioni di salute di Franco Battiato. Pare che il cantautore sia stato costretto ad annullare tutti i suoi impegni pubblici, in seguito alla frattura di un femore e dell’anca e ad una lunga e lenta riabilitazione. Qualcuno, però, ha diffuso la notizia, smentita poco dopo, che sia affetto da Alzheimer e che, il suo abbandono delle scene sia definitivo.

Io mi auguro che Franco Battiato si rimetta presto e che, quanto prima, torni alla ribalta per regalarci qualche nuova perla, frutto del suo instancabile lavoro creativo, sperimentale e innovativo. Non c’è un solo stile musicale che il cantautore non abbia toccato, nell’arco della sua lunga carriera, passando dal progressive rock avanguardista alla musica classica e sacra, dall’elettronica a quella d’autore e pop, contaminandoli con i suoi innumerevoli interessi culturali, filosofici, esoterici, mistici.

Nato a n Sicilia il 23 marzo 1945, a diciannove anni si trasferisce a Milano, dove conosce Giorgio Gaber che lo aiuta ad inserirsi nell’ambiente musicale. Prima abbraccia li filone “della protesta”, che all’epoca era molto in voga tra i cantautori, per abbandonarlo poi agli inizi degli anni 70, quando si dedica alla sperimentazione. Sono gli anni dell’album “Fetus”, “Pollution” e “Click”, molto originali e innovativi nel panorama della musica italiana, in cui Franco Battiato si avvicina alle sonorità elettroniche e d’avanguardia, reinventandole non suo personalissimo stile intellettuale e intimistico. Battiato porta all’interno della sua carriera la passione per il teatro, per le culture orientali, per la letteratura e la poesia, ispirandosi a grandi poeti, filosofi, scrittori, come Proust, Leopardi, Carducci.

Negli anni 80 arriva il successo, con gli album più famosi e canzoni indimenticabili, come “Segnali di vita”, “Bandiera Bianca”, “Gli uccelli”, “Cuccuruccucù”, “Centro di gravità permanente”, “Voglio vederti danzare”, solo per citarne alcune. Ed è, finalmente, il momento dei riconoscimenti. I suoi album scalano le classifiche, arrivano i primi premi e Franco Battiato si impone come uno dei più raffinati cantautori italiani.

Negli corso degli anni, le sue sperimentazioni si sono fermano mai e si intrecciano con il lavoro di altri artisti, come il musicista Pio Giusti, che gli insegnerà a suonare il violino, il filosofo Manlio Sgalambro, autore della sua canzone manifesto, “La cura”, considerata da molti critici una delle più belle canzoni d’amore italiane, e la cantautrice Alice, con cui ha intrattiene un lungo sodalizio artistico. Proprio con quest’ultima, nel 2016, tiene il suo ultimo tour “Battiato e Alice”, in cui i due artisti si esibiscono da soli e in numerosi duetti. Il suo genio l’ha condotto a sperimentare anche diverse forme espressive, come la pittura e la regia.

A cos’altro si dedicherà, quando si ristabilirà completamente? Una sola cosa è certa, ci sorprenderà, come sempre.

Marie MorelDiMarie Morel

Alla scoperta dell’opera lirica

Devo ammettere di non essere mai stata appassionata di opera lirica, o meglio, di non essermici mai avvicinata abbastanza per capire se mi piacesse oppure no.

Non è un mondo che mi è del tutto sconosciuto, ma che ho appena sfiorato, probabilmente perché non ho mai colto alcun input che mi spingesse ad esplorarlo, come sto facendo ora e mi sto rendendo conto, con grande rammarico, di essermi persa, fino ad oggi, tanta, tanta bellezza, oltre ad avere una grave lacuna culturale da colmare.

Tanto più grave se consideriamo che, l’opera lirica è nata in Italia nel XVI, fa parte della nostra identità culturale e molti dei più grandi compositori sono italiani.

Si tratta di una vera e propria eccellenza italiana nel mondo, eppure è una forma d’arte a cui viene dato un risalto inferiore rispetto ad altre, in una società in cui la cultura personale è orientata, soprattutto, dagli stimoli dei media ed è dettata dalle mode, piuttosto che dall’educazione e dalla formazione scolastica.

Ancora oggi, infatti, l’opera lirica, nata come intrattenimento per un élite di intellettuali ed aristocratici, appare circondata da un’aura di esclusività e di complessità e, in effetti, è un genere musicale di grande qualità e raffinatezza, ma proprio per questo merita di essere valorizzato e diffuso, soprattutto ora che la musica sta attraversando un grave periodo di crisi creativa in tutto il mondo.  

Qualcuno definisce l’opera lirica “l’arte delle emozioni”, poiché ogni spettacolo è un’alchimia di musica, canto, teatro, danza, in cui tutti questi elementi si fondono tra loro, coinvolgendo tutti i sensi dello spettatore, toccando la sua sensibilità ed immaginazione ed è innegabilmente così, impossibile non emozionarsi.

Ed è l’emozione che spinge alla conoscenza, di questo sono intimamente convinta, che fa spalancare gli occhi su qualcosa che prima non attirava la nostra attenzione.

Se, dunque, il mio approccio con l’opera lirica, è stato superficiale, scoprire quanto sia, in realtà, uno spettacolo emozionante, ha acceso in me l’interesse verso questo mondo antico, eppure ancora nuovo, perché le storie che parlano di passioni umane e riescono a farle rivivere in chi ascolta, sono sempre attuali.

Andando alla ricerca di notizie sull’opera lirica, mi sono imbattuta in un programma televisivo, trasmesso l’estate scorsa su Rai5 e le cui puntate sono disponibili su Raiplay: “L’opera italiana”.

Voce narrante è Elio, eccentrico e poliedrico cantautore del gruppo “Elio e le storie tese”, il quale conduce lo spettatore in un viaggio alla scoperta delle storie e dei personaggi che animano le opere di autori come Monteverdi, Donizetti, Puccini, Verdi, Bellini, dalla loro genesi fino al successo, raccogliendo anche le testimonianze di artisti ed esperti del mondo della lirica.

Si tratta, ovviamente, di un programma didascalico che ha ben poco a che vedere con la messa in scena teatrale delle opere di cui tratta, ma fornisce una panoramica generale che, a mio avviso, rappresenta un buon punto di partenza per i neofiti.

Lascio di seguito il link e auguro buon viaggio a chi come me, si sta imbarcando ora in questa nuova avventura e anche a chi, invece, ha avuto già modo di godere delle dolcezze e dei piaceri dell’opera lirica.

 

Marie MorelDiMarie Morel

“L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti

Gaetano Donizetti nacque a Bergamo il 29 novembre 1779 da una famiglia poverissima e fu ammesso a frequentare le “lezioni caritatevoli” di musica, tenute da Giovanni Mayr, il quale notò il talento dell’allievo e ne curò la formazione, aprendogli la strada verso il successo. Fin dalle sue prime opere, ancora influenzate dal belcanto rossiniano, Donizetti mostrò la propria originalità, imprimendo nei personaggi una vena romantica, una profondità e una complessità psicologica fino ad allora sconosciute e che fecero di lui uno dei compositori più apprezzati del primo Ottocento e il maggiore precursore dell’era verdiana.

Raggiungendo la piena maturità artistica, si svincolò definitivamente dal modello di Rossini e diede vita ad opere in cui i personaggi non erano legati a schemi fissi, ma le cui personalità erano delineate dal compositore, attraverso un approfondimento psicologico ed umano e, pertanto, erano in grado di commuovere o divertire, a seconda delle esigenze teatrali, abbattendo la barriera tra commedia e dramma. Uno dei frutti di questo suo percorso creativo che, partendo dal belcanto approdò alla più profonda teatralizzazione romantica, fu “L’elisir d’amore”, un melodramma giocoso in due atti di Gaetano Donizetti, su libretto di Felice Romani, il quale trasse ispirazione da un testo scritto l’anno precedente da Eugène Scribe, “Le Philtre”.

L’opera narra le vicende di Adina, bella, ricca e volitiva fittavola e Nemorino, semplice contadinotto, che si strugge d’amore per lei, ma non ha il coraggio di dichiararsi.

Un giorno, durante una pausa dal lavoro, Adina legge ai mietitori delle peripezie di Tristano e del filtro magico che lo ha aiutato a far innamorare di sé la regina Isotta.
Mentre Nemorino sogna di trovare questo magico elisir per conquistare la sua amata, arriva in paese, con lo scopo di arruolare nuove leve, il tronfio e presuntuoso sergente Belcore, il quale chiede ad Adina di sposarlo, ma ella evita una risposta, dicendo di volerci pensare un po’ su.    

Adina, capricciosa ma emancipata e moderna rispetto ai canoni dell’epoca, espone a Nemorino la sua teoria circa l’amore, rivelando anche la propria più intima debolezza: la paura di soffrire e, dunque, la riluttanza a lasciarsi coinvolgere in una relazione profonda e duratura.       

Arriva in paese anche il ciarlatano Dulcamara, il quale, spacciandosi per un dottore, vende i propri miracolosi preparati medicinali agli ingenui contadini. Cade tra le sue grinfie Nemorino, al quale il truffatore vende una bottiglia di vino Bordeaux, in cambio dell’intero, misero patrimonio del giovane, facendogli credere che si tratti del tanto sospirato elisir d’amore.

Nemorino beve tutto l’ “elisir” e si ubriaca, perdendo ogni inibizione e cominciando a corteggiare altre fanciulle, la qual cosa suscita la gelosia di Adina, che per ripicca decide di accettare la proposta di Belcore e sposarlo quel giorno stesso, prima che lui riparta.
Nemorino vorrebbe, allora, comprare un’altra bottiglia di elisir da Dulcamara, ma non ha i soldi e, per procurarseli, decide di arruolarsi. Nel frattempo, si sparge in paese la notizia che Nemorino ha ottenuto una grande eredità da un parente recentemente deceduto, ma ne restano all’oscuro l’interessato, Adina e Dulcamara: la novità fa sì che tutte le ragazze del paese corteggino Nemorino e questi pensi sia l’effetto dell’elisir. Quando Dulcamara racconta ad Adina che Nemorino ha acquistato da lui l’elisir per conquistarla, arrivando persino ad arruolarsi, ella capisce quanto sia grande il suo amore. Una lacrima negli occhi di Adina tradisce i suoi sentimenti, poiché Nemorino, vedendola, si rende conto di essere ricambiato.

Adina acquista, dunque, il contratto di arruolamento di Nemorino restituendogli la libertà e i due innamorati, finalmente, si dichiarano l’amore reciproco. La scena si conclude con Belcore che se ne va, convinto di poter trovare altre ragazze da corteggiare e Dulcamara, trionfante e incredulo per il successo ottenuto dal suo improbabile elisir.

Pur affondando le radici nell’opera buffa, ne “L’elisir d’amore”, Donizetti e Romani riescono a tratteggiare con grande sensibilità  le personalità dei personaggi, che sono caratterizzate da varie sfaccettature: Nemorino non è il sempliciotto che appare, ma rivela una grande nobiltà d’animo, Adina è capricciosa ma capace di un amore profondo e sincero e lo stesso Dulcamara non è il classico stereotipo del ciarlatano, poiché con la sua saggezza aiuterà gli insicuri a superare le paure e a imboccare la strada per la felicità. Una commedia che regala agli spettatori momenti di autentico divertimento e, a tratti, di coinvolgente profondità di emozioni, soprattutto con la romanza “Una furtiva lagrima”, famosissima in tutto il mondo.

Per chi volesse approfondire, è possibile scaricare il libretto dell’opera e vederla per intero, ai seguenti link:

Scarica qui il

Libretto :Elisir D’Amore

Marie MorelDiMarie Morel

Come fa il cuore, quando si è sbagliato?

Quando mi capita di ascoltare distrattamente le inconfondibili note delle sue canzoni e la sua voce alla radio, per strada o al supermercato, per un attimo dimentico che sia morto, perché Pino Daniele c’è sempre stato nella mia vita, da quando ero solo una bambina, fino a tre anni fa, quando si è spento all’improvviso, lasciando attoniti e affranti i fan e i colleghi del mondo musicale e artistico.

Nato a Napoli nel 1955, in una famiglia modestissima, fin da piccolo Pino Daniele manifestò la sua passione per la musica ed imparò a suonare la chitarra da autodidatta. I suoi primi lavori furono influenzati fortemente dalle tradizioni e dalle sonorità partenopee e mediterranee e contengono brani che hanno caratterizzato la sua identità artistica, come “Napule è”, che egli scrisse a soli 18 anni, e che è diventato un’icona per l’intera città di Napoli.

Negli anni immediatamente successivi la sua tecnica strumentale e compositiva fu contaminata dalla musica rock, dal jazz di Louis Armstrong, dal chitarrista George Benson e, soprattutto, dal blues. Questa sua passione, per generi musicali tanto diversi tra loro, fece di lui uno dei musicisti più innovativi e creativi nel panorama della musica italiana Con una personalissima interpretazione e sintesi fra elementi musicali e linguistici assai differenti, diede origine a un nuovo stile, che lui stesso denominò “tarumbò”, frutto della mescolanza fra tarantella e blues.

Nel corso della sua quarantennale carriera, collaborò con decine di artisti italiani e internazionali, come Francesco De Gregori, Claudio Baglioni, Gino Paoli, Eros Ramazzotti, Jovanotti, Luciano Pavarotti, Eric Clapton, Simple Minds, Carlos Santana, Bob Dylan, per citarne alcuni, ma quello accanto al quale mi piace ricordarlo è Massimo Troisi. I due artisti partenopei, legati da una fraterna amicizia e, purtroppo, dalla medesima patologia cardiaca, lavorarono insieme più volte: nel 1981, Pino Daniele compose le musiche di “Ricomincio da tre “, nel 1987 quelle di “Le vie del Signore sono finite”, nel 1991, infine, quelle di “Pensavo che fosse amore…invece era un calesse”, della cui colonna sonora fa parte il celebre brano “Quando”.

Era il 4 giugno 1994 ed io rientravo dalla festa di compleanno di una mia compagna di classe, quando seppi che Massimo Troisi era morto e fui colta da una profonda tristezza, da un senso di vuoto e smarrimento dinanzi all’idea che un artista come lui potesse essersene andato così, in un soffio, che il nostro “pulcinella senza maschera“ non ci avrebbe mai più regalato nuovi sorrisi, nuovi spunti di riflessione, nuove emozioni.  Le stesse sensazioni che provai nuovamente il 4 gennaio 2015, apprendendo della scomparsa di Pino Daniele.

Oggi, un nodo mi stringe la gola ogni volta che penso all’uno e, subito, mi torna in mente l’altro e li immagino vicini, ovunque si trovino adesso, mentre cantano insieme “O ssaje comme fa o’ core” (lo sai come fa il cuore), poesia scritta da Troisi e musicata da Daniele, dedicata a quel cuore generoso che li ha resi grandi, ma che si è sbagliato e li ha traditi, strappandoceli via troppo presto, quando avrebbero avuto ancora così tanto da donare al mondo.

Marie MorelDiMarie Morel

Quando c’era il Festivalbar…..

 

Sono tra coloro che pensano che la musica stia attraversando un periodo di grave crisi creativa, quella italiana in particolare e, dunque, trovare uno spunto per un articolo non mi è facile. Potrei scrivere di qualcuno dei grandi cantautori “storici”, ma, mentre me ne sto qui a rimuginare, viene in mio soccorso la radio, dalla quale mi arrivano le note di una canzone che mi richiama alla mente ricordi ed emozioni di una lunga, felice notte d’estate di qualche anno fa, un bel po’, ad essere sincera. Erano gli anni in cui il Festivalbar, manifestazione canora ideata da Vittorio Salvetti nel 1964, era all’apice del successo ed era la colonna sonora delle mie vacanze e di quelle di tanti italiani. Molte edizioni vennero trasmesse da un’Arena di Verona gremita di gente che cantava e ballava, mentre sul palco si esibivano artisti italiani ed internazionali, ma negli anni ’90 fu trasformato in un evento itinerante, che si svolgeva in alcune delle più belle piazze d’Italia. Era il 1996 e la serata finale si tenne a Napoli, nella meravigliosa cornice di piazza Del Plebiscito. Io non potevo perdermi l’occasione di assistere dal vivo a quello che, all’epoca, era il mio spettacolo musicale preferito e, insieme ad un gruppo di amici, affrontai il traffico, le sgomitate nella calca, l’afa, un’estenuante attesa in piedi, sotto il sole, ma con l’eccitazione che mi pervadeva avrei potuto superare qualunque ostacolo. Una folla immane si era riversata nella piazza, nessuno aveva paura che ci potessero essere attentati, perché l’ombra del terrorismo non aleggiava ancora su di noi, tutti sembravano spensierati e allegri, come in un’immensa festa di paese. Quando si accesero le luci del palco e le prime note si diffusero nell’aria, lo stupore e l’emozione mi lasciarono senza fiato: era la musica che, per il resto della mia vita, mi avrebbe ricordato quella splendida estate e quella notte magica. Cantammo a squarciagola tutto il tempo, canzoni come “Meravigliosa creatura” di Gianna Nannini, “Domani” degli Articolo 31, “Lemon Tree” dei Fool’s Garden e poi quella che stamattina, come accade ogni volta che l’ascolto, ha fatto vibrare le corde del mio cuore, “Certe notti”. Avevo aspettato quel momento trepidante e, quando Ligabue comparve sul palco, pizzicando le corde della sua chitarra, il mio amico Marcello, un gigante alto due metri e cinque per centoventi chili, mi sollevò a cavalcioni sulle sue spalle. Da quell’altezza, sovrastando tutte le braccia che agitavano gli accendini, vedevo davanti a me solo un mare di fiammelle ondeggianti nel buio e il palco. La musica mi arrivava con una tale intensità che non riuscivo a trattenere le lacrime, per l’emozione, l’incanto, il rapimento di quell’istante.  Quella sera trionfò Eros Ramazzotti, con la sua “Più bella cosa” e nulla faceva presagire che il Festivalbar, di lì a qualche anno, sarebbe diventato solo un ricordo: nel 2007 ci fu l’ultima edizione e da allora l’estate mi sembra un po’ meno estate, ma certe notti, quelle, restano nel cuore per sempre.

 

Maria D'AndreaDiMaria D'Andrea

Sará Sanremo… i nomi dei BIG e le Nuove Proposte

Il Festival di Sanremo, si sá, é una vera e propria istituzione in Italia che nel tempo ha visto il susseguirsi di grandi presentatori – come non ricordare Enzo Tortora, Pippo Baudo, Mike Buongiorno e tanti tanti altri – e altrettanto grandi vallette divenute nel tempo vere e proprie co-conduttrici – Lorella Cuccarini, Michelle Hunziker, persino Maria De Filippi.

Col tempo il Festival di Sanremo, nonostante le varie mutazioni subite dovute un po´ al cambio di staffetta dei vari direttori artistici e molto alle esigenze di modernitá, ha assunto un aspetto molto piú simile ad un talent che ad un vero festival della Canzone italiana. Basti pensare alla qualifica delle nuove proposte attraverso una gara con telefoto degna di altri talent canori. Tuttavia la sua solennitá, il suo legame con la tradizione resta. Il Festival di Sanremo rappresenta oggi forse l´unico vero ancoraggio con la TV del passato, dove il varietá aveva lo scopo di educare al divertimento proponendo contenuti scelti e di qualitá.

Claudio Baglioni direttore artistico. Cosa si puó dire in merito? Che forse avrebbero dovuto pensarci giá qualche anno fa, quando aveva qualche ruga in meno e meno lifting. Ma ben venga! La competenza di Claudio Baglioni é davvero indiscussa e direi che (ma é un mio pensiero) in questo periodo di crisi nazionale, non solo economica ma anche e soprattutto di identitá e valori, la scelta dei brani e la riscoperta dell´underground musicale mette in luce artisti di tutto rispetto tenuti troppo tempo nell´ombra.

Ma chi sono i big che parteciperanno a questa ennesima edizione del ben noto Festival musicale?

I nomi sono in rete giá da un po´, quindi nessuna novitá. Chiunque abbia seguito la trasmissione andata in onda a fine anno Sará Sanremo ha giá ascoltato anche i brani delle Nuove Proposte, tra sgomento e incredulitá, sorprese e delusioni. Ma per chi ha ancora un po´di curiositá, scopriamo insieme qualcosa di piú…

BIG IN CARICA:

Roby Facchinetti e Riccardo Fogli – Il Segreto del tempo
Nina Zilli – Senza appartenere
The Kolors – Frida
Diodato e Roy Paci – Adesso
Mario Biondi – Rivederti
Luca Barbarossa – Passame er sale
Lo Stato Sociale – Una vita in vacanza
Annalisa – Il mondo prima di te
Giovanni Caccamo – Eterno
Enzo Avitabile e Peppe Servillo – Il coraggio di ogni giorno
Ornella Vanoni – Imparare ad amarsi
Renzo Rubino – Custodire
Noemi – Non smettere mai di cercarmi
Ermal Meta e Fabrizio Moro – Non mi avete fatto niente
Le Vibrazioni – Così sbagliato
Ron – Almeno Pensami
Max Gazzè – La leggenda di Cristalda e Pizzomunno
Decibel – Lettera dal Duca
Red Canzian – Ognuno ha il suo racconto
Elio e le Storie Tese – Arrivedorci

Ma quello che stupisce sono le Nuove Proposte… Una freschezza ed una originalitá senza pari.

Un esempio é dato dalla performance di Mudimbi con la canzone Il Mago.. Il live é decisamente meglio del video ufficiale. Una performance inattesa e divertente.

Oppure che dire de Il Ballo delle Incertezze? Sicuramente notevole sia per il testo che per la performance.

 

Stupisce piacevolmente anche Eva con “COsa ti salverá”…

E Giulia Casieri con Come stai

Una serata piacevole ed interessante, con la presenza di tanti volti noti non solo dello spettacolo ma anche della carta stampata. Unica pecca della serata l´abito di Claudia Gerini che non le rendeva giustizia!

Lucia RotaDiLucia Rota

Sulle ali della musica: Arturo Toscanini

A Parma la musica è di casa.  Grandi  musicisti come Paganini , Giuseppe Verdi e Arturo Toscanini sono legati a lei. Il 2017 é l’anno di Toscanini.
“Beethoven, Verdi, Wagner sono geni, io sono solo un interprete e il mio compito è quello di cercare di rendere al meglio ciò che loro hanno scritto”. Parole di Arturo Toscanini.
Parole che un altro grande interprete, Riccardo Muti, racconta nell’incontro al Teatro Regio di Parma con il musicologo e biografo di Toscanini, Harvey Sachs, per i 150 anni dalla nascita di Toscanini il 7 dicembre. I festeggiamenti  si concluderanno nell’Auditorium Niccolò Paganini il 24/3/2018.
Al di là del torrente Parma ecco la  casa dove nasce nel 1867 “ una fetta di casa tra tante fette di case.Un corridoio stretto e lungo fino al cortiletto ombroso. Stanze, stanzette, antiche scale e ballatoi nei quali rieccheggiano i richiami dei genitori di Arturo…”
Il padre, sarto e corista, è un garibaldino e appena  possibile  segue Garibaldi. Il piccolo trascorre  buona parte dell’infanzia con i nonni materni. A 11 anni ottiene un posto gratuito nella scuola di violoncello al conservatorio di Parma dove si diploma  nel 1885.L’anno dopo è a Rio con un’orchestra italiana. Durante l’esecuzione dell’Aida  il direttore brasiliano Miguez lascia il podio perché contestato dagli orchestrali. Al grido :” Ch’al vaga su lu Toscanen!“ Toscanini lo sostituisce con grande successo.Inizia così un giro trionfale nei maggiori teatri  in Europa e in America . A soli 31 anni diventa direttore d’orchestra  alla Scala di Milano.
Sotto la sua guida si raggiungono  altissimi livelli. Non sopporta che si facciano le cose con leggerezza e spesso  è in dialetto parmigiano che esplode nelle invettive contro l’orchestra e i cantanti se, durante le prove, qualcosa non va come intende lui. Nel 1901 eccolo di nuovo  a Milano.  Novecento cantori da lui diretti, attaccano il coro del Nabucco “Va pensiero” durante il trasporto della salma di Giuseppe Verdi nella Casa di Riposo per musicisti, mentre migliaia  di persone presenti  si uniscono cantando .
Tra il 1908 e il1915 dirige il Metropolitan  di New York. Allo scoppio della prima guerra mondiale si trova in Italia. Interventista convinto , si spinge con una  banda militare quasi in prima linea. Nel 1930 è a Bayreuth , unico direttore d’orchestra non tedesco a dirigere Wagner.
L’anno dopo è aggredito e schiaffeggiato da un gruppo di giovani fascisti prima di un concerto  a  Bologna  perchè si è rifiutato di eseguire “Giovinezza”. Lascia l’Italia per l’America. Nel febbraio del 1946 si decide di tornare in Patria  per dirigere il concerto inaugurale della Scala ricostruita dopo la guerra . Nel 1952 ormai ottantacinquenne sempre alla Scala, si deve accomiatare dal pubblico italiano e due anni dopo  con la memoria non più cosi brillante come una volta e con gli occhi e le gambe molto logorati, Toscanini dirige in pubblico per l’ultima volta un concerto wagneriano con la NBC a New York.  La mattina del 16 gennaio 1957 dopo una bella festa di San Silvestro passata tra familiari e amici muore. Mancano poche settimane al suo novantesimo compleanno.

adminDiadmin

L´arcobaleno

Impariamo l´italiano cantando insieme: L´arcobaleno

L’arcobaleno è una canzone cantata da Adriano Celentano, scritta per la parte letteraria da Mogol su musica di Gianni Bella, inclusa nell’album Io non so parlar d’amore, pubblicato nel 1999. 

Adriano Celentano nasce a Milano al numero 14 della mitica “via Gluck” il 6 gennaio 1938, da genitori pugliesi trasferitisi al nord per lavoro; a Milano Adriano trascorre l’infanzia e l’adolescenza; lasciata la scuola svolge diversi lavori, l’ultimo e il più amato è quello di orologiaio.

Debutta al Teatro Smeraldo e prosegue una carriera che lo vede partecipe piú volte al Festival di Sanremo.

Nel 1960 Celentano compare in un’importante sequenza della “Dolce Vita” di Federico Fellini, il quale lo vuole a tutti i costi dopo averlo visto esibirsi dal vivo mentre cantava “Reddy Teddy”. Nello stesso anno recita anche in “Urlatori alla sbarra”, “Dai, Johnny dai!” e “Sanremo la grande sfida”.

L’anno seguente Adriano parte per il servizio militare, ma riesce ugualmente a partecipare al suo primo Festival di Sanremo con “Ventiquattromila baci”, in coppia con Little Tony.

Nel 1961 fonda il “Clan Celentano”, il primo esperimento di un artista italiano che sceglie di autoprodursi, oltre che produrre giovani cantanti e musicisti. Il Clan è un caso raro di utopia realizzata: il fondatore immagina un luogo in cui un gruppo di amici “lavora giocando e gioca lavorando”. Il Clan diventa subito una realtà discografica e di “costume” e sceglie di restare indipendente tra gli indipendenti. E’ l’unica etichetta discografica con 36 anni alle spalle ad essere rimasta totalmente italiana. E’ una scelta originalissima, il cui modello va ricercato nel Clan Sinatra, a cui nessun cantante italiano prima di Adriano aveva osato pensare e grazie al quale spiana la strada ad altri (basti pensare alla “Numero Uno” di Mogol-Battisti o alla “PDU” di Mina). Il Clan negli anni lancerà molti cantanti ed autori di successo.

122989_1<br /> SIRIO_Mondadori<br /> 114<br /> 151<br /> 254<br /> 1138<br /> 1507<br /> RGB<br /> Riproduzioni<br /> COPERTINE Tv Sorrisi e canzoni 1972<br /> Servizi AME_2003_11818<br /> Diritti Mondadori

In coppia con Claudia Mori incide “La coppia più bella del mondo”, scritta con un grande autore, Paolo Conte, il quale in seguito dirà che ogni volta che compone pensa alla voce di Adriano, “la più bella in Europa”. Nel 1970 vince il Festival di Sanremo insieme a Claudia Mori cantando “Chi non lavora non fa l’amore”, brano ironicamente ispirato all’autunno caldo. C’è chi interpreta la canzone come un inno contro gli scioperi.

Nel 1972 esce “Prisencolinensinanciusol”, vero e proprio primo rap mondiale: gli americani scopriranno questo genere di linguaggio musicale soltanto dieci anni dopo. Ancora una volta Adriano si dimostra un precursore.

Protagonista di vari film, tra i quali “Yuppi Du”, da lui scritto, diretto, prodotto e interpretato.

Il suo album “Svalutation”, è un ironico commento alla crisi economica che colpisce l’Italia e l’intero occidente. Un vero successo di pubblico e critica è il lavoro del 1998 “Mina & Celentano” in cui due delle voci più apprezzate della musica italiana duettano nello spazio di 10 canzoni. Le copie vendute superano il milione.

Solo un anno più tardi esce il disco “Io non so parlar d’amore” che raggiunge la cifra record di oltre 2.000.000 di copie vendute e la presenza tra i primi cinque posti della classifica italiana per circa 40 settimane. Alla creazione dell’album partecipano Mogol e Gianni Bella.

Celenatno realizza per RaiUno un programma dal titolo “Francamente me ne infischio”, in cui accosta alla musica, che scatena polemiche per la durezza di alcune immagini trasmesse (guerra, povertà, morte sono i duri temi affrontati). Il programma, condotto insieme a Francesca Neri, vince la prestigiosa Rosa d’oro al Festival internazionale della tv di Montreaux.

Nel 2000 esce “Esco di rado e parlo ancora meno”. La coppia compositiva Mogol-Gianni Bella, accompagnata dalle chitarre di Michael Thompson e dagli arrangiamenti di Fio Zanotti, ha ancora una volta indovinato la formula per una nuova pozione magica.
*
Ancora molto attivo sia sul piano musicale che televisivo Adriano Celentano, irriverente, ironico, sarcastico a volte non si smentisce mai e dice sempre quello che pensa.


Si ritiene che il brano sia dedicato al grande cantautore Lucio Battisti, amico sia di Celentano sia di Mogol, scomparso prematuramente il 9 settembre; invero, sebbene Mogol non l’abbia apertamente ammesso, il testo della canzone appare riferirsi apertamente, fin dall’inizio (“Io son partito poi così d’improvviso che non ho avuto il tempo di salutare”) a una persona scomparsa prematuramente. 


Il brano, struggente e malinconico, contribuì grandemente al successo dell’LP di Adriano Celentano “Io non so parlar d’amore”, che vendette oltre un milione di copie. 
 

 

 
TESTO
 
Io son partito poi così d’improvviso
che non ho avuto il tempo di salutare
l’istante breve ma ancora più breve
se c’è una luce che trafigge il tuo cuore
L’arcobaleno è il mio messaggio d’amore

può darsi un giorno ti riesca a toccare
con i colori si può cancellare
il più avvilente e desolante squallore

Son diventato sai tramonto di sera
e parlo come le foglie d’aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso

Io quante cose non avevo capito
che sono chiare come stelle cadenti
e devo dirti che è un piacere infinito
portare queste mie valigie pesanti

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire

Son diventato sai tramonto di sera
e parlo come le foglie d’aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire 

* (biografia liberamente ispirata a biografieonline.it)

Dante Alighieri CopenaghenDiDante Alighieri Copenaghen

L´arcobaleno

Impariamo l´italiano cantando insieme: L´arcobaleno

L’arcobaleno è una canzone cantata da Adriano Celentano, scritta per la parte letteraria da Mogol su musica di Gianni Bella, inclusa nell’album Io non so parlar d’amore, pubblicato nel 1999. 

Adriano Celentano nasce a Milano al numero 14 della mitica “via Gluck” il 6 gennaio 1938, da genitori pugliesi trasferitisi al nord per lavoro; a Milano Adriano trascorre l’infanzia e l’adolescenza; lasciata la scuola svolge diversi lavori, l’ultimo e il più amato è quello di orologiaio.

Debutta al Teatro Smeraldo e prosegue una carriera che lo vede partecipe piú volte al Festival di Sanremo.

Nel 1960 Celentano compare in un’importante sequenza della “Dolce Vita” di Federico Fellini, il quale lo vuole a tutti i costi dopo averlo visto esibirsi dal vivo mentre cantava “Reddy Teddy”. Nello stesso anno recita anche in “Urlatori alla sbarra”, “Dai, Johnny dai!” e “Sanremo la grande sfida”.

L’anno seguente Adriano parte per il servizio militare, ma riesce ugualmente a partecipare al suo primo Festival di Sanremo con “Ventiquattromila baci”, in coppia con Little Tony.

Nel 1961 fonda il “Clan Celentano”, il primo esperimento di un artista italiano che sceglie di autoprodursi, oltre che produrre giovani cantanti e musicisti. Il Clan è un caso raro di utopia realizzata: il fondatore immagina un luogo in cui un gruppo di amici “lavora giocando e gioca lavorando”. Il Clan diventa subito una realtà discografica e di “costume” e sceglie di restare indipendente tra gli indipendenti. E’ l’unica etichetta discografica con 36 anni alle spalle ad essere rimasta totalmente italiana. E’ una scelta originalissima, il cui modello va ricercato nel Clan Sinatra, a cui nessun cantante italiano prima di Adriano aveva osato pensare e grazie al quale spiana la strada ad altri (basti pensare alla “Numero Uno” di Mogol-Battisti o alla “PDU” di Mina). Il Clan negli anni lancerà molti cantanti ed autori di successo.

122989_1<br /> SIRIO_Mondadori<br /> 114<br /> 151<br /> 254<br /> 1138<br /> 1507<br /> RGB<br /> Riproduzioni<br /> COPERTINE Tv Sorrisi e canzoni 1972<br /> Servizi AME_2003_11818<br /> Diritti Mondadori

In coppia con Claudia Mori incide “La coppia più bella del mondo”, scritta con un grande autore, Paolo Conte, il quale in seguito dirà che ogni volta che compone pensa alla voce di Adriano, “la più bella in Europa”. Nel 1970 vince il Festival di Sanremo insieme a Claudia Mori cantando “Chi non lavora non fa l’amore”, brano ironicamente ispirato all’autunno caldo. C’è chi interpreta la canzone come un inno contro gli scioperi.

Nel 1972 esce “Prisencolinensinanciusol”, vero e proprio primo rap mondiale: gli americani scopriranno questo genere di linguaggio musicale soltanto dieci anni dopo. Ancora una volta Adriano si dimostra un precursore.

Protagonista di vari film, tra i quali “Yuppi Du”, da lui scritto, diretto, prodotto e interpretato.

Il suo album “Svalutation”, è un ironico commento alla crisi economica che colpisce l’Italia e l’intero occidente. Un vero successo di pubblico e critica è il lavoro del 1998 “Mina & Celentano” in cui due delle voci più apprezzate della musica italiana duettano nello spazio di 10 canzoni. Le copie vendute superano il milione.

Solo un anno più tardi esce il disco “Io non so parlar d’amore” che raggiunge la cifra record di oltre 2.000.000 di copie vendute e la presenza tra i primi cinque posti della classifica italiana per circa 40 settimane. Alla creazione dell’album partecipano Mogol e Gianni Bella.

Celenatno realizza per RaiUno un programma dal titolo “Francamente me ne infischio”, in cui accosta alla musica, che scatena polemiche per la durezza di alcune immagini trasmesse (guerra, povertà, morte sono i duri temi affrontati). Il programma, condotto insieme a Francesca Neri, vince la prestigiosa Rosa d’oro al Festival internazionale della tv di Montreaux.

Nel 2000 esce “Esco di rado e parlo ancora meno”. La coppia compositiva Mogol-Gianni Bella, accompagnata dalle chitarre di Michael Thompson e dagli arrangiamenti di Fio Zanotti, ha ancora una volta indovinato la formula per una nuova pozione magica.
*
Ancora molto attivo sia sul piano musicale che televisivo Adriano Celentano, irriverente, ironico, sarcastico a volte non si smentisce mai e dice sempre quello che pensa.


Si ritiene che il brano sia dedicato al grande cantautore Lucio Battisti, amico sia di Celentano sia di Mogol, scomparso prematuramente il 9 settembre; invero, sebbene Mogol non l’abbia apertamente ammesso, il testo della canzone appare riferirsi apertamente, fin dall’inizio (“Io son partito poi così d’improvviso che non ho avuto il tempo di salutare”) a una persona scomparsa prematuramente. 


Il brano, struggente e malinconico, contribuì grandemente al successo dell’LP di Adriano Celentano “Io non so parlar d’amore”, che vendette oltre un milione di copie. 
 

 

 
TESTO
 
Io son partito poi così d’improvviso
che non ho avuto il tempo di salutare
l’istante breve ma ancora più breve
se c’è una luce che trafigge il tuo cuore
L’arcobaleno è il mio messaggio d’amore

può darsi un giorno ti riesca a toccare
con i colori si può cancellare
il più avvilente e desolante squallore

Son diventato sai tramonto di sera
e parlo come le foglie d’aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso

Io quante cose non avevo capito
che sono chiare come stelle cadenti
e devo dirti che è un piacere infinito
portare queste mie valigie pesanti

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire

Son diventato sai tramonto di sera
e parlo come le foglie d’aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire 

* (biografia liberamente ispirata a biografieonline.it)