Archivio delle categorie Letteratura e Poesia

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

DALLA CAMPANIA CON FURORE

Cosa significa per te scrivere poesia?

Per me è liberare l’inconscio,ma anche improvvisarmi ‘fingitore’ in senso Pessoano. Inoltre, se la Poesia ‘salva la vita’, parafrasando Donatella Bisutti, effettivamente potenzia creatività e immaginazione, a parte l’abreazione a cui conduce.

Tre libri di poesia che consiglieresti di leggere a chi si avvicina alla stessa e perché.

La Divina Commedia per la sua eccezionale imprescindibilità formativa; le opere Omnia di Emily Dckinson e di Sandro Penna, per la dicibilità dell’indicibile, e ne aggiungerei un quarto, bellissimo,della poeta, narratrice, fotografa e film maker Gabriella Maleti: Prima e Poi, ed. Gazebo, per la spiazzante e commovente (in accezione latina) sincerità.

Rimbaud diceva che il peggior nemico di un poeta è il poeta stesso. Cosa voleva dire secondo te?

Quando l’innocenza della propria passio si trasforma in mania produttiva e diventa marginale rispetto al’esca del divismo e del protagonismo ad oltranza, quando all’entusiasmo per il Poiein dell’Allodola Immortale subentrano invidia e noncuranza, ecco, qui secondo me il Poeta complotta contro se stesso e scade di brutto, mentre dovrebbe essere paladino di valori e di ideali. Ma forse anche questa è retorica. E pia ilusione.

Dall’alto di una torre quali dei libri acquistati da te lanceresti nel vuoto in quanto illeggibili e perché?

No, non getterei NESSUN libro dall’alto della torre sia per l’enorme rispetto che ho per la pagina scritta, anche modesta, sia perché non ho MAI sbagliato nella scelta di libri ottimi.
La cifra non mi stupisce, data la tendenza di scrivere da parte di tutti. Io dico: tutti poeti, nessun poeta.

Cosa ne pensi, secondo l’indagine Doxa, dei 4 milioni di poeti dichiarati in Italia ?

La cifra non mi stupisce, data la tendenza di scrivere da parte di tutti. Io dico: tutti poeti, nessun poeta.

Chi ha diritto di chiamarsi poeta e perché? Cosa lo rende tale?

I poetini e gli scrittorucoli d’accatto si autoincoronano tali per acquisire il patologico, delirante titolo di distinzione intellettuale. Sostengo che abbia diritto di definirsi tale chi di simile attività campa e chi sopravvive all’usura delle mode, dei tempi, delle tendenze, e vanti un background culturale solido e comprovato.

Avresti da proporre tre poeti ancora sconosciuti al grande pubblico che vorresti vivamente consigliare di leggere in quanto meritevoli di tale titolo?

Con mio sollievo ne avrei tanti e tanti; sono estremamente imbarazzato, ma indicherei Costanzo Ioni, Floriana Coppola e Gianpaolo Mastropasqua. Ma ci sarebbero almeno Luca Crastolla, François Nedel Atèrre, la grande Ketti Martino, Carla Viganò,Michele Carniel e Davide Cuorvo.

La poesia, secondo te, è un’arte di nicchia? Cosa si potrebbe fare per renderla più popolare?

La Poesia è arte di nicchia: la considero elitaria e diffido di queste teorie populiste, che respingo con tutte le energie in mio possesso. Beninteso, tutti hanno il diritto di esprimersi, ma la Poesia vera e i suoi autentici sacerdoti non debbono fare nulla per impiattarla alla mensa dei bruti e degli insensibili, vuoti individui, beceri e inconcludenti.

Hai dei momenti particolari quando componi? Dove di solito?

Non so spiegare come e in quali circostanze prende di me il controllo il daimon ispirativo; non ho un luogo preferito ove comporre; il mio ’adyton’ è ovunque, crea da sé il suo spazio, la concentrazione, il provvidenziale, irrinunciabile isolamento.

Con quale/i poeta/i andresti volentieri a cena (anche poeti che non sono più in vita) e perché?

Andrei a cena con tre poeti grandissimi che non ci sono più: l’rpino Pasquale Martiniello, il nolano Aristide La Rocca, la sanfelese Assunta Finiguerra,perché li ho conosciuti nelle più contorte spire viscerali dell’animo loro. E andrei a cena con Gabriella Maleti, portatami via in piena amicizia da un male crudele, e con Anne Sexton e Costantino Kavafis, geniali per loro conto. Unici. Meravigliosi.

POESIE

Come impedire al ghiaccio
di conquistare la lampada
rossa della tua bocca
Dormissi quieto mutassi il destino
Maledetti soffi di passione
Non c'è dolore che mi ridesti
da questa follia che piace all'orologio
che non batte più l'ora
che orrenda appare all'anima
anelante a ben mistica unzione
Vorrei allungare una mano
per competere con l'armonia
del tuo penare mentre dissangui il braccio
e ignori così di avere ai tuoi piedi
il mare oceano rivolo d'infinito
Non chiedermi cosa farò ora
mentre trasali mentre la tua memoria muore
o fingi stupore al muffito crepuscolo
che ostenta stanchezza nelle larghe mammelle
nel pube che è stato per troppo tempo
la mia piccola falena bruciata
una piccola madre a metà pagina di questa
dirottata esistenza Mi vorrei ingrato
dell'idillio e felice dell'aria solitaria
al punto da fischiettare una serenatella
alla luna che mi bagna la pelle
e stringere un grillo senza schiacciarlo
nel palmo dell'idea come se attaccassi
invece un banale malumore a descrizioni
spoglie affrettate afone stente
Ma forse sto furtando lo ammetto
radice di verità Già altrove la mia casa
si chiamò ala di qualcosa affine alla viltà
alla menzogna come la mia ridotta distesa
d'erba Una cornacchia aggetta la sua ombra
sulla mia fronte d'avorio Somiglio a un bravo
ragazzo che gioca d'intrugli con donne mature
rese deboli dalla pelle rilasciata e dalle natiche
pesanti Me le godo in un'ansa segreta
Le consumo in questa sigaretta

 

ARMANDO SAVERIANO da LA CIRCONFERENZA DELL'IRIDE

ARGONAUTA

Da quando vivo è un pretesto
il fermarmi rinviando ogni scelta .
Questa memoria sfitta di immagini
fa tedio nelle sillabe della contraddizione.
Fui Dedalo. Sarò Lazarillo (forse).
Il disoccupato a cui tutto rovina addosso
nella disillusione elicoidale. Chissà.
Ma intanto sogniamo in platea il cinema
dell’esistenza. Chi rotolò per esempio
nei dadi a getto di Giannetto Malespini
in mezzo all’ansa torbida del silenzio che
adesso come allora congiura ?
Certo –direte – un incosciente oppure
un poeta nella rivoluzione dei garofani.
Inutile immite ! La vita che ci gioca si
contende con l’ω μεγα l’ingiuria
dell’inganno. Ingaggia demoni la corrosione
dell’affanno quando incrociamo il
fioretto nel cuore della controversia
e siamo noi a subire nell’esplorazione
di anime interrate la beffa dell’inetta
avventura che (ci) disorienta in questo
nostro soggiorno a episodi nel mondo
tagliando i fili del senso che mai si designa.
Il fronte della natura scissa sembra
vicinissimo, vedete? E’ impresa impossibilepatetica
anche inventare significanze transfigurando la
propria natura -se è biblico issòpo come pare
essa sia-. Perexigue herous, argonauta allotrio io con voi
noi quando il folle scopo di credere in un qualsiasi vello
aggrapparcisi -cocciuti/falliti alfieri- si dissolve
aliforme fermentazione della dulcedine
d’illudersi. Materia morticina, pellicola umilia(nte)ta.
Qui noi ci guardiamo nelle lenti
arrovesciate del binocolo non osando saperci
invisibili e assurdi petendo origini celesti
dibattuti dalle fiondate del caso mazzafrusto
transitori sbandatissimi fuscelli.

 

Premio nazionale di poesia “Città di Sant’Anastasia” 5a.Edizione 2006/2007

 

Cappuccetto nella foresta dei bastoni
rischiava d'insordire
al finimondo dei nonni che infittivano lagne e proteste
inveendo forsennati contro chi arrestando il respiro
li avrebbe ridotti in polvere buona per l'avido vento
mentre no
loro volevano continuare ad arrampicarsi
sulle pareti fino al cielo
mangiare pesche chiedere alla nipotina
di chinarsi a sfilare la mutandina
Avevano becchi a battere il tuono
un odore di lucerna al lumicino
i capelli radi intrecciati al giugno che getta i fazzoletti
agli usignoli affranti tra gli asfodeli tòrti
Oh erano nonni fieri piegati dall'artrite che s'avanza
vantavano brevi racconti di albe adolescenti
ficcate nell'illusione dell'impudente giovinezza
Oh correvano allora dietro flauti e aquiloni
parlavano di fauni e di piaceri a fanciulle accaldate
tutti lavoravano a raccogliere la dolcezza dal marmo
festeggiando il primo sfogo dell'estate impura
Afferravano irruenti testa e coda dell'arcobaleno
sempre troppo distante dalla caparbietà umana
O cappuccetto cavalca l'alcione della tua finta innocenza
scova tra i vizi delle fauci il lupo
sorvolalo
precedilo
prometti al cacciatore la frode
della verginità
quando avrà estratto alla belva il cuore
e ballato sotto il cappio di Giuda e così l'aria
nera nera si pettinerà alle finestre delle minuscole
casette Lego dalle gialle margherite coi pastorelli
a mugghiar d'affarucci e logori castighi
Giocano i nonni puntati i bastoni
a schiacciacappuccetto
per sporcar la morale della fiaba
accendere un falò
arrostir la carne

ARMANDO SAVERIANO
22 giugno - Covidanno

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

10 domande a Federico PREZIOSI :

Chi, secondo te, può fregiarsi del titolo ”poeta” e perché?

Non saprei se quello di “poeta” possa essere un titolo a tutti gli effetti, di sicuro non è di facile attribuzione. Per me può definirsi poeta chi elabora un linguaggio differente da quello presente in altri ambiti. Ogni grande arte ne ha uno: la musica ha un linguaggio fatto di suoni, ritmo e pause; la pittura si realizza con i colori e le forme; la cinematografia si avvale di immagini, sequenze, inquadrature ecc. Si potrebbero dire tante cose ma, per farla breve, un poeta è colui che rappresenta la condizione di se stesso e/o del mondo attraverso un linguaggio di parole, una facoltà comunicativa da non confondere con la lingua e nemmeno con la velleità della comprensione. La parola in sé possiede ritmo e colore, evoca simboli e si avvale di tutta la potenza etimologica e d’utilizzo riconducibile alla interpretazione. Sta al poeta organizzare la disposizione testuale attraverso un sapiente dosaggio di ingredienti anche insoliti, se vogliamo. In sintesi, il poeta è per me un artigiano della parola.

Com’è nata la tua poesia e come definiresti il tuo stile.

È nata pochi anni fa attraverso la frequentazione di alcuni gruppi Facebook che hanno acceso in me la voglia di scrivere in versi. Ho sempre avuto il bisogno di esternare una verve creativa e, prima di intraprendere questo cammino con la scrittura, lo facevo con la musica. Si può dire che spesso cerchi proprio la musica nei miei versi e che le mie suggestioni siano continuamente guidate dai suoni.
Ho cominciato con la slam influenzata dal rap e ne è uscito fuori il mio esordio del 2017, “Il beat sull’inchiostro”, tutto basato sul ritmo. Successivamente mi sono lasciato conquistare da un sentire femminile, o meglio ho lasciato che venisse fuori un lato della mia personalità attraverso i versi. La testimonianza di questo passaggio è contenuta in “Variazione Madre”, del 2019, un’opera in cui mi immedesimo nel femminile a partire dal corpo quale sede della diversità biologica che intercorre tra uomo e donna. Qui il ritmo si è mitigato e ha lasciato posto alla melodia delle parole, anche se le tracce del passato non sono del tutto scomparse.
Oggi mi esprimo attraverso testi maggiormente concisi, volti a far emergere il vuoto e la mancanza anche attraverso una ricerca lessicale più accurata. Sono ritmicamente affascinato dal potere degli accenti contenuti nelle parole e il mio senso musicale si è diretto verso questi elementi per ricorrere a rime, assonanze, allitterazioni all’interno di una struttura più ragionata e leggermente meno istintiva. Mi considero un Versipelle, ossia cerco sempre di cambiare, di immedesimarmi anche in ciò che è altro da me. Spesso sono alla ricerca della convivenza degli antipodi anche a costo di sbagliare e di commettere passi falsi. Se c’è una cosa che non mi interessa in poesia è proprio quella di restare da una parte sola, è così noioso! Non amo le gabbie, a partire da quelle che mi costruisco da solo e di cui mi servo periodicamente.
Pertanto lascerei che le definizioni sul mio stile le diano i critici e gli addetti ai lavori: credo che avere un’immagine di sé passando esclusivamente da una definizione personale sia riduttivo e, in certi casi, anche egoistico.

Baudelaire scriveva che il peggior nemico di un poeta è un poeta. Cosa ne pensi?

Un poeta difficilmente può essere nemico di un altro poeta per questioni puramente poetiche, almeno di questi tempi. Le ragioni, a mio avviso, hanno origine di natura diversa da quelle strettamente legate alla scrittura. Sto parlando del carrierismo (che per quanto mi riguarda è una cosa semplicemente ridicola in poesia, considerando anche il numero esiguo di lettori) o di un’ideologizzazione eccessiva che vorrebbe distinguere il bene dal male nella scrittura. Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che l’arte è libertà. L’ideologia si incancrenisce, mentre il guizzo o il genio hanno effetti duraturi nei secoli. Un vero poeta è tale al di là delle correnti o dei movimenti di appartenenza.

Perché la poesia al giorno d’oggi vende poco?

La poesia ha sempre venduto poco perché richiede un certo impegno da parte del lettore, il quale non sempre riesce a entrare in relazione con il linguaggio poetico a livello generale. Inoltre, in un’epoca di slogan, di risposte e interpretazioni della realtà così veloci e accattivanti, la poesia è vista come una mera perdita di tempo. Tra l’altro oggi siamo abituati a misurare tutto attraverso i soldi e il successo, cosa impensabile ai tempi di Foscolo o Leopardi. Se la poesia vende poco, assistiamo al contempo al fenomeno che vede molti (pseudo) poeti affermati impegnati nella spettacolarizzazione della parola ed erodere sempre di più il limite che intercorre tra l’arte versificatoria e l’intrattenimento. Certo, andare oltre gli schematismi è compito dell’arte, ma non si vive di sole violazioni. È un’epoca dove il brand conta più del contenuto in sé: l’estro va benissimo e anche la dichiarazione poetica, ma questo non giustificherà mai il valore della poesia che non cede alle velleità modaiole da esaurirsi nel giro di poche stagioni. La poesia, invece, deve avere un’ambizione eterna, anche quando presenta contenuti bassi, anche quando vuol far ridere o ridicolizzare. La poesia vive un paradosso, quella di non poter seguire le regole del mercato anche se ha bisogno proprio di un mercato per beneficiare di una diffusione oggi. In ogni caso, diffido fortemente da chi sostiene che il poeta debba necessariamente semplificare il proprio linguaggio al fine di raggiungere un numero di lettori più ampio. I lettori vanno rispettati anche nel dissenso e nelle distanze, la semplicità a tutti i costi sa essere ben più pretestuosa e falsa di certi contorsionismi linguistici, in quanto ci si illude che il compiacimento e il consenso equivalgano alla comprensione e a un rapporto onesta tra poeta e lettore. Io le chiamo prese per i fondelli, perché l’animo umano va esplorato e rappresentato anche toccando ciò che il lettore comune non vuol vedere. Ci sarebbe anche da fare, inoltre, un discorso sulle scuole, troppo impegnate ad appiccicare attributi ideologici e morali alla poesia a scapito del senso critico che, se sviluppato, gioverebbe non poco al mercato del libro… e non solo.

È più importante vendere ed essere riconosciuto dal grande pubblico o rimanere un’icona per un ristretto gruppo di veri intenditori di poesia?

Essere riconosciuti dal grande pubblico fa piacere, inutile negarlo, ma dipende da come ci si arriva: alla gente piacciono i personaggi e le storie, tuttavia penso che tanti grandi poeti abbiano operato quasi nascondendo certi aspetti personali portati alla luce solo in una fase successiva. Per me la divulgazione di un’opera è fondamentale, altrimenti non so quanto abbia senso pubblicarla, considerando anche la saturazione del mercato. Ad ogni modo credo che ogni poeta, se ha davvero qualcosa da dire dal punto di vista stilistico e tematico, debba interrogarsi sui propri lettori. Nel mio piccolo, penso che la poesia sia un mezzo per fare i conti con la consapevolezza umana. In Variazione Madre mostro la mia parte femminile attraverso i versi perché ho sentito l’esigenza di fare mia questa tematica e di trasmetterla in quanto persona attraverso un linguaggio diverso. Il femminile non è solo una questione delle donne, la definizione dei ruoli passa attraverso un accordo tra le parti e, a partire da questo presupposto, cerco un contatto con dei lettori, ovvero una comunità che accolga la parola e la faccia propria. Se questo messaggio di immedesimazione venisse gratificato anche dalle vendite ne sarei contento, ma il mio intento resta principalmente artistico e intellettuale. L’attivismo si deve focalizzare sulla poesia, non ho la pretesa di fare della scrittura poetica un lavoro, anche perché essere costretti a pubblicare libri, magari scadenti, e andare in giro a fare i santoni o i fenomeni da baraccone per vivere non rientra nelle mie ambizioni. 

Tre libri di poesia che lanceresti dalla torre ?

Farei un torto a qualche contemporaneo e ritorneremmo a quanto detto alla domanda precedente in riferimento ai poeti nemici di se stessi. Pertanto mi impegno a trattenere tutto ciò che leggo, tanto ci penseranno i posteri a fare pulizia. 

Tre libri di poesia che non potresti mai fare a meno di rileggere per la centesima volta.

Variazioni Belliche di Amelia Rosselli, Ossi di Seppia di Eugenio Montale, Nome e soprannome di Simone Cattaneo

Tra i poeti contemporanei conosciuti via web e ancora sconosciuti al grande pubblico, quali ti hanno colpito di più e perché ?

Sono tantissime le voci interessanti sul web e spendere una buona parola per tutti quelli che incontrano il mio gusto non è affatto semplice. In ordine sparso cito: Beatrice Orsini per la capacità di decostruzione della parola e il senso scenografico della poesia; Luca Crastolla per la sua abilità di collezionare oggetti-parole, salvarli dall’uso comune e dare loro nuova vita; Floriana Coppola per la sua capacità analitica profonda che non teme il coinvolgimento dei sentimenti umani più nascosti; Ketti Martino per il tratto sintetico, esistenziale e penetrante in poche gocce; Ilaria Sordi per fare del cielo una meta ambita senza rinunciare alle proprie “dannazioni”; Marina Marchesiello per l’immagine pacificatoria dell’umanità che passa attraverso la carne e le ossa. Ce ne sono tanti altri che meriterebbero di essere citati, ma rischierei di fare una lista infinita.
 

  1. Come si fa a distinguere una bella poesia da un bel pensierino buttato lì? 

 

La poesia ha l’occhio lungo e il passo lento, il pensierino buttato lì, invece, è spesso accattivante ma si consuma rapidamente. Una bella poesia, per me, resiste ai secoli. Poi posso anche sbagliarmi perché, per fortuna, non esiste un metodo scientifico per stabilirlo. Certo, la confusione tra frasette e versi è un male diffuso, pertanto, citando Valentino Zeichen, una stoccata al proliferare di versucoli soprattutto sul web la vorrei dare: “È bene tenere le unghie corte / lo stesso vale per i versi; / la poesia ne guadagna in igiene / e il poeta trova una nuova Calliope / a cui ispirarsi: la musa podologa”.

Hai la possibilità di uscire a cena con qualche poeta non più in vita. Chi sceglieresti e perché?

Se potessi lo chiederei ad Anne Sexton, perché scriveva dei versi meravigliosamente viscerali e perché ho una sorta di ammirazione per le donne che mettono in discussione “le regole del gioco”; stessa cosa per Sylvia Plath, la quale possedeva un’immaginario simbolico molto molto carico e intrigante. Naturalmente lo chiederei anche ad Amelia Rosselli perché i suoi versi mi hanno sventrato e non ho mai capito il perché. Lei mi ha insegnato che si può scuotere anche senza essere diretti, che la parola si deposita, sedimenta e brucia. Poi andrei a cena con Montale perché sono innamorato dei suoi dettagli e dalla capacità di usare l’oggetto in poesia, ma non gli chiederei della parola.

 

Biografia

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Oggi vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Si avvicina alla poesia grazie all’incontro con Armando Saveriano, con il quale fonda il gruppo Facebook “Poienauti”, successivamente diventa moderatore del gruppo “Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei”. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di “Versipelle”, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito www.versipelleblog.wordpress.com. Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap. Nel luglio 2019 viene pubblicata da Controluna, nella collana Lepisma Floema, Variazione Madre con la curatela di Giuseppe Cerbino, un’opera in cui il poeta irpino si immedesima nel femminile cercando di emularne il linguaggio attraverso poesia. Nel 2020 esordisce con il progetto musicale “La lacrima della canzonetta” scrivendo le liriche e prestando la propria voce. Le sue poesie sono state pubblicate su antologie, riviste online e quotidiani nazionali.

Poesie

Atom Heart Mother

quando la luce mi scaldò i seni
furono d’attese voragini. Non pensavo
poter essere madre… Rifugiavo la vita
su nel solaio, così come
toccavo con mano le forme. Dita
a fertilizzare acerbe escrescenze
e in dote il dono. L’esplorazione
il mentre del tempo, il mentre fuggente
il mantra del corpo che il tempo si perde.
Sbocciai come donna, senza essere madre
pronunciando le labbra al sentire carnale.
Protesi negli acini tesa la cinta
celando gli incavi. Le mani
imbrattate di mosto, le mani narcise
facevano posto. Cambiavo d’aspetto, capezzoli grossi,
di carne le spille sferzavano l’uomo
di carne il solo e unico avvento. Non madre
ma donna d’aspetto. Furono cellule
a cristallizzare nel ventre gli umori. Di perle
un nido di palmi pietosi. Sentivo parlare
il corpo ed il frutto infine venne
il principio di tutto. Felice
urlai la mia vendetta! Essere
una madre e una donna
una sola cosa.

da Variazione Madre (a cura di Giuseppe Cerbino), Controluna – Lepisma Floema 2019

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Ho del mare da piantarti nella gola

questo mare che mi balla che mi beve
che sconquassa Questo mare che mi esplode
dalle viscere dal ventre Questo mare
che si stende di bonacce e di tormente
che dal baratro si allunga sopra il becco di delfini
con le buste della plastica a bandire le rovine
Questo mare che le trame ci accoltella come lame
conficcando le budella tra quei denti sangue e perla
entro selachimorphema della perdita gitante
anatemi ho visto nascere e non c'era nessun altro
alfabeti e religioni divulgati dalle onde
vite al largo pei naufragi e le doglie trapassate
quanto sentimento scava la mia furia che ti stringe
a quale cielo declamare la finzione e l'astrazione
quando vedo apertamente che ho perduto la razione
delle ossa mai piantate e del sangue mai sgorgato
della pietas per me stessa e il sorriso che mi chiama
che mi abbraccia che mi dice con la sua vocina mamma!
Questo mare come lava sarà faro del tramonto
sarà freddo con le spoglie perché fino a quando muove
questo mare volge il canto a tutti i fiori a tutti i mali
che ha piantato le radici da nutrire con il sale.

da Variazione Madre (a cura di Giuseppe Cerbino), Controluna – Lepisma Floema 2019

 

Coperte

In un nimbo in una coltre
così d'un fiato,
alla goccia si scioglieva in volto
una premura del tutto autunnale
ma il verso,
il verso era avvolgente e caldo.
Lontano mantenevi l'abominio
dalle mie braccia
nel dolce trogolo delle attese
respirando un po' il mattino
nella notte.
Quanta cura per l'assenza
avresti avuto, Madre,
con un bacio
rimboccando le coperte
nella stanza accanto.

Inedito, pubblicato ne La bottega di poesia a cura di Maurizio Cucchi su La Repubblica, Aprile 2019

Dove il margine

Vieni,
ti porto dove il margine vale la chiusa
e l’ombrello non ripara dalle ombre bagnate;
il chiasso alla lunga si fa silenzio
in barba ai suoni che ti appartengono.
Sono tutti pensieri
certi stupidi certi meno
ma tutti comunque dirottati
dal peso di una goccia.
Si stacca il mento quando vedi un fiore
anche quando sai non è per te.

Indedito, pubblicato col titolo “Il peso di una goccia” ne La bottega di poesia a cura di Maurizio Cucchi su La Repubblica, Luglio 2020

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

INTERVISTA A CATIA SIMONE

1) Chi puo' essere definito un poeta e perché?

Un poeta per me è colui o colei che con talento e dono della sintesi riesce a scrivere quello che gli altri, leggendoci, avrebbero voluto raccontare o confidare. Il poeta è un medium. Non smuove tavoli, né fa tremare porte e finestre. Suscita emozioni, restituisce quello che il mondo vomita ogni giorno, con i versi e le parole. Poeti si nasce, non si diventa, ha ragione Brodskij. Il resto è talento, disciplina e scrittura. Non s'inventa nulla. Si trasforma.

2) Come nascono i tuoi componimenti poetici? Dove trae spunto la tua creatività?

Dalla quotidianità, da una luce, da un'immagine, dai dolori che ci portiamo dentro e dalle gioie trattenute. Ma soprattutto dall'umanità o disumanità che ci circonda.

3) Chi ti ha influenzato come poeta, e perché?

Amo Anne Sexton per il crudo realismo con cui descrive la sua vita. La trovo meno ermetica e più efficace di Sylvia Plath che seppur bravissima è sicuramente più difficile, più colta. Amo Alda Merini e Wyslawa Szimborska per lo stile chiaro e preciso e l'ironia con cui affrontano temi scomodi. Gli aforismi di Alda poi hanno fatto storia. Amo Brodskji e il suo amore per Venezia e il suo vissuto evitando l'autocompiacimento anche nei suoi scritti. Assieme a lui non posso non ricordare la Cvetaeva e la Achmatova, e Pound per la difesa strenua di certe sue posizioni che lo hanno condannato ma che non hanno scalfito la sua poesia e l'amore che ha nutrito per il nostro paese. Poeti che ho omaggiato andando all'Isola di San Michele a Venezia ove sono sepolti. Amo Dante, ho letto tutto l'Inferno e da lì non si può prescindere, la Divina Commedia è  il libro dei libri. Contiene l'attualità, la cronaca, l'orrore l'amore, la religione e il nostro meraviglioso paese e i suoi protagonisti che da allora, a quanto pare, sono cambiati poco. Argomenti trattati anche nello Zibaldone di Leopardi eterno come lui. Sono innamorata di Flaiano pungente e realista,visionario e terribilmente attuale, basta rileggere un Marziano a Roma, e poi Borges e la sua visione della poesia e della letteratura, colta sì ma sognante e ottimista,  da vivere come sogno che è poi lo spirito con cui affronto questo mio viaggio come scrittrice.

4) Devi elogiare 3 poeti recenti oppure scomparsi e purtroppo dimenticartene altri 3. Quali sono e quali libri salvi o rinneghi?

Come contemporanei adoro Michele Mari, Julio Cortazar e Francois Nedel Aterre.  Non rinnego nulla perché leggo quello che mi piace e perché ho anche la fortuna di avere ottimi e colti suggeritori.

5) Cosa ne  pensi di Rimbaud che asseriva che il peggior nemico di un poeta è un altro poeta?

Rimbaud non si discute, ma questa mi pare una frase a effetto, come tante. Nei poeti che leggo e ammiro non vedo nemici ma risorse da cui attingere per migliorarmi.

6) E' più facile scrivere poesia o narrativa?

Assolutamente per quanto mi riguarda, è più facile la poesia e i racconti. Sto ultimando un romanzo e mi rendo conto che la narrativa ha bisogno di pagine di respiro e abituata alla sintesi come sono, non è facile, ma ce la faremo. E' un'altra sfida che voglio vincere.

7) In Italia si pensa ci siano circa quattro milioni di ipotetici poeti. Come riconosci chi fa poesia da chi scrive bei pensierini che vengono confusi con la stessa?

Dalle letture che faccio. La qualità si riconosce sempre.

8) Come reagisci quando ti chiamano poeta?

Ne sono immensamente orgogliosa.

9) Hai qualche poeta che hai conosciuto nel virtuale che vale la pena seguire? E se si, come si chiama/chiamano e che libri consiglieresti.

Francois Nedel Aterre e Franz Krauspenhaar, due fuoriclasse indubbiamente che conosco personalmente e che ho letto. I loro titoli Mistica del Quotidiano di Francesco e di Franz, Effekappa. Lorena Viganò è una sorpresa giorno dopo giorno anche se non ha mai pubblicato. E Pablo Paolo Peretti una conferma da anni. Non dimentico  Anna Maria Ercilli e il suo tocco magico ed elegante. Una menzione speciale per Gian Ruggero Manzoni e la sua visione poetica e artistica che mi ha insegnato tanto.

10) Hai la possibilità di andare a cena con un poeta o poeti ancora in vita o scomparsi. Con chi vorresti trascorrere la serata e perché?

Sicuramente Borges , Anne Sexton e Alda Merini. Il primo per sentirlo declamare i miei versi in spagnolo nell'ultima raccolta che ho pubblicato Tu me comprendes dopo un lauto pasto e una bella bevuta. Con Anne e Alda farei una serata a tre per raccontarci le nostre vite senza il necessario bisogno dei versi. Una bella chiacchierata a base di birra, sigarette e verità scomode e inconfessabili, insomma roba tra donne e che donne! Per quanto riguarda quelli ancora in vita... dunque .... ah sì, ecco Lucio Battisti cantava:

 "Ancora tu, (Pablo)? Ma non dovevamo vederci più?".

Grazie a tutti!

Catia

 

Bio-bibliografia Catia Simone

 

Nata a Bari nel giugno del 1967, sono arrivata trent’anni fa a Bardolino dove attualmente risiedo da più di trent’anni. Sposata con due figli, nella vita mi occupo di vendite di prodotti alimentari in qualità di agente di commercio.

Tu me comprendes è il mio settimo libro di poesie uscito dopo "L'amore è una verità che non si può trascurare" edito da Oèdipus.

Con il mio Esordio.it della piattaforma Feltrinelli, nel 2015 sono arrivata fra i primi tre finalisti con l’opera Tu mi provochi poesie che ha riscosso un notevole successo di critica e vendita.

Ho pubblicato vari racconti sulla rivista letteraria Inchiostro e in varie antologie di importanti editori come Perrone e Historica edizioni.

Collaboro con l'associazione culturale il Furore dei Libri di Rovereto, scrivendo e organizzando eventi letterari anche all'estero. Ho partecipato tre anni fa sempre con il Furore dei libri alla settimana della Cultura italiana in Moldavia organizzata dall’associazione Dante Alighieri, la stessa che ha curato la mia prima presentazione a Copenaghen lo scorso 21 marzo, dell’Amore è una verità… e come quest’anno, sempre a Copenaghen, ospite dell’associazione Incantos dove ho presentato un racconto tradotto in danese.

Partecipo assiduamente da oltre dieci anni al forum Leggere e scrivere del Corriere della Sera come opinionista freelance.

Ho collaborato con il compianto Andrea G. Pinketts con un racconto scritto per una raccolta fondi a favore dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma, inserito nel libro Dritto al Cuore. 

Attualmente sto ultimando il mio primo romanzo.

 

Catia Simone

POESIE DI CATIA SIMONE 

Tu me comprendes 2019)
Non tollero che tu mi tolleri

e non sopporto che tu mi sopporti.
Il cielo questa sera è stanco di recitare l'estate
e pretende il suo colore notturno.
Chiudi la finestra,
spegni la luce.
Io esco
insieme a una falena.
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(L'amore è una verità che non si può trascurare 2017)
La controra offre la gioia di stare insieme
il vento, il caffè, il pianto di un bimbo
l'arancio nasturzio sfiorito da poco
bastano come preludio?
E invece vai via
mormorando la digestione
mentre la palpebra si schiude nell'ombra
come la bocca nello sbadiglio
di un sonno leggero nel tardo mattino.
Fuori c'è il sole
un viale ti aspetta fino al tramonto
è l'uscita di un nuovo domani
un giorno in meno sul nostro futuro
ore su ore che conto da mesi
invano
in attesa che tu mi sorprenda
restando.
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(Tu mi provochi poesie 2014)
L'origine
Chiusa nell'angolo stretto
della mia dimora oscura
fluttuavo serena e sicura
tra la placenta e il retto.
Mi dicevo:
vedrai la luce
ma non prima del tuo alluce
macchiato da un bel nevo.
Sentivo un forte chiacchiericcio
e voci urlanti di dolore
non ero figlia dell'amore
ma solo un podalico carniccio.
Storta ancor prima della vita
quella vera che accoglie tra le mani
la testa e anche il tuo domani
che a me l'han strappato dalle dita
o- meglio - avrebbero tentato
l'aggancio al suo contrario
e, invece, battendo il calendario
con una capriola la vita ho regalato
a lei che esausta e partoriente
madre ripetente troppe volte
sette volte donne sette
mi ha dato un bel respiroin mezzo al niente.
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(La persiana 2018)
Voglio essere per me l'amica più importante
l'elogio del mio io
lo canterò in disparte
e non avrò paura della solitudine
perché sono già sola in questa moltitudine.
L'amicizia è un momento effimero
illuminato con il fuoco di un fiammifero.
C.S.
Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

Andrea Bassani: l´ intervista

Intervista

1) Chi può essere definito un poeta e perché?

Il poeta è un ribelle. Non accetta la vita così com’è, il sistema come gliel’hanno imposto, il destino, la sofferenza, la perdita, l’abbandono, la morte. Il poeta non accetta la durezza e la crudezza di questo mondo. Ciò che per l’uomo “educato” è normale e naturale, per il poeta non lo è. Da questa insoddisfazione, da questo non saperne abbastanza, da questa ignorante passività a cui l’umanità si piega per decretata e risaputa impotenza, nasce la protesta del poeta, una protesta che si fa canto e ricerca della possibilità di evadere dalla comune condizione ed accarezza il sogno di elevazione a uno stato che potremmo definire “divino” o “di grazia”, che è il frutto di una misteriosa intuizione della verità capace di placare anche la sofferenza più dura. Il poeta è un uomo che reagisce nobilmente al suo infame destino e lo afferra per le corna: non si lascia educare da questi ma lo educa. Ecco, questo per me è il poeta. 

2) Come nascono i tuoi componimenti poetici? Dove trae spunto la tua creatività?

Le mie poesie nascono da sole, in momenti di debolezza, in attimi di intensità emotive che devo controllare per non esserne sopraffatto. Non c’è nessun gioco creativo, non c’è metodo letterario che renda ciò che scrivo un esercizio linguistico. Io ho scritto soltanto per domare una situazione difficile, per sopravvivere a un vuoto, per proseguire a vivere quando il destino ha minacciato la mia dignità. Grazie alla poesia ho potuto amare anche il momento della necessità. La poesia mi ha permesso di amare ciò che detestavo. È una magia questa che non si impara: ti viene trasmessa forse da bambino, da qualcosa o qualcuno. È una materia incandescente, uno spirito che assorbi e veglia sul tuo cammino. Resta silente per anni, ma quando arriva il pericolo si manifesta. Poi tace di nuovo, ma tu sai che è ancora presente. 

 

3) Chi ti ha influenzato come poeta, e perché?

Quando ero bambino, io e mio nonno Mario stavamo ore insieme nell’orto, il giorno e la sera. Lui mi raccontava storie e conosceva molte poesie a memoria. Poi mi chiedeva di indicare un ortaggio, un frutto o la luna o una sedia. Io sceglievo e lui mi improvvisava una poesia su ciò che avevo scelto. È certamente stato lui a porre il seme della poesia nel mio sangue. Lui era un contadino ed io una terra vergine. Perché l’ha fatto? Perché era un poeta. In magia credo si dica “lasciare il segno”. 

4) Devi elogiare 3 poeti recenti oppure scomparsi e purtroppo dimenticartene altri 3. Quali sono e quali libri salvi o rinneghi?

Sarebbe troppo riduttivo elogiarne tre e dimenticarne tre soltanto. 

5) Cosa ne  pensi di Rimbaud che asseriva che il peggior nemico di un poeta è un altro poeta? 

Penso che Rimbaud sia stato un genio, ma non c’era pace nella sua anima. Egli ha composto liriche illuminanti ma non ha saputo amare il suo prossimo e nemmeno se stesso. 

6) E' più facile scrivere poesia o narrativa?

Non mi sono mai occupato di narrativa, non ancora (forse). Tuttavia credo che la narrativa possa concedere una leggerezza operativa che in poesia non è possibile, se la poesia è affrontata seriamente e considerata nella sua sacralità. 

7) In Italia si pensa ci siano circa quattro milioni di ipotetici poeti. Come riconosci chi fa poesia da chi scrive bei pensierini che vengono confusi con la stessa?

Io non amo giudicare l’operato degli altri, però sono convinto che con l’arte non sia possibile imbrogliare. Io discerno le poesie in tre categorie: le poesie che sento scritte con l’anima, quelle che sento scritte con la mente e quelle che sento scritte con la mente nell’anima. Le poesie scritte con l’anima tendenzialmente mi appaiono cariche di energia emotiva ma immature, giovani, acerbe. Le poesie scritte con la mente hanno peculiarità tecniche letterarie e filosofiche più o meno apprezzabili ma non danno emozioni nel leggerle perché appunto non sono state scritte con l’anima. Le poesie scritte con la mente nell’anima sono, spesso e volentieri, le poesie perfette tra cui spiccano i capolavori che ci fanno appassionare. 

8) Come reagisci quando ti chiamano poeta? 

Dipende. Certamente non me ne vanto. Non ci tengo ad essere chiamato o riconosciuto poeta, non mi interessa. Mi interessava a ventitré anni, quando ero giovane, bello e vanitoso. Ora mi interessa l’effetto che ha la mia poesia sugli altri. Fare poesia è una missione umanitaria. Non basta scrivere ed atteggiarsi con il cappello alla Neruda e la pipa in bocca. Si deve essere sacerdoti della Poesia. 

9) Hai qualche poeta che hai conosciuto nel virtuale che vale la pena seguire? E se si, come si chiama/chiamano e che libri consiglieresti.

La poesia è qualcosa di talmente intimo e tocca corde così personali che non credo sia possibile dare un’indicazione in questo senso. Chi cerca la poesia la trova nel verso che ripercorre un suo vissuto passato o presente. Questi incontri accadono, fuori dal nostro controllo. Ci si inciampa nel poeta da seguire. 

 

10) Hai la possibilità di andare a cena con un poeta o poeti ancora in vita o scomparsi. Con chi vorresti trascorrere la serata e perché? 

Sicuramente vorrei cenare col poeta Bassani, per capire cos’è successo ad Andrea.

 

Biografia

Andrea Bassani nasce a Bergamo nel 1980. A diciannove anni, insieme a un gruppo di amici, costituisce una blues band della quale è cantante e si esibisce in locali notturni lombardi. A ventitré anni compone i primi versi e si avvicina con interesse al mondo della letteratura. A ventisei anni stampa la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Amore Androgeno” (Edizioni d’arte Imedea). Per Alberto Casiraghy pubblica la plaquette “Mare” (Pulcinoelefante) con un disegno di Giacomo Pellegrini. Incontra la poetessa milanese Alda Merini, nel suo appartamento sui Navigli, alla quale sottopone i suoi scritti. Durante un secondo incontro la stessa poetessa lo invita a proseguire sulla strada della versificazione con più alte ambizioni. Nel 2007, in seguito a un’importante conversione spirituale, lascia famiglia, amici, lavoro e si trasferisce a Pistoia.

Trascorre cinque anni d’inattività artistica durante i quali si dedica allo studio delle filosofie orientali e al volontariato. Solo nel 2013, a seguito dell’incontro col prof. Ernesto Marchese, relatore di una serie di conferenze sulla poesia classica e contemporanea, ricomincia a scrivere. Il suo “Cantico della Bellezza” viene letto nelle sale affrescate del comune di Pistoia dalla compagnia teatrale “Il Rubino”.

Una sua silloge tratta dal poema “Lechitiel” è pubblicata e recensita dalla poetessa Maria Grazia Calandrone sulla rivista internazionale “Poesia” del Febbraio 2016 (n°312). Otto inediti vengono pubblicati su Nazione Indiana. Riceve due lettere di critica positiva dal Cardinale Gianfranco Ravasi. Pubblica nel 2016 per “Terra d’Ulivi edizioni” il poema “Lechitiel”, apprezzato anche in Francia tanto da essere inserito nel prestigioso catalogo della Biblioteca del Centro Pompidou di Parigi. Partecipa a reading letterari e collabora con importanti personalità della letteratura contemporanea. Alcune sue poesie si possono ascoltare su canali youtube. Parallelo e altrettanto vissuto come espressione poetica è il suo percorso pittorico. Ha scritto di lui Bernard Tiburce (Bibliotecario del Centro Pompidou di Parigi) e il Prof. Clemente Francavilla (Docente di Teoria della percezione visiva e Psicologia della forma, Accademia di Belle Arti di Bari). 

Ha ricevuto un giudizio positivo dal critico d’arte Gian Ruggero Manzoni. La sua opera “Il Profeta” è stata collocata presso il Museo sacello di Sant’Egidio della Chiesa San Pasquale Baylòn di Taranto.

Nel Dicembre 2017 la commissione della Rivista Internazionale “Vesalius. Journal of the International Society for the History of Medicine” sceglie il disegno “Gli occhi di Vesalius” per la copertina del Vol.XXIII, N°.2. L’opera “Gli occhi di Vesalius” è in esposizione permanente nell’Archivio Tematico Museale per la Storia delle Arti Sanitarie (ARTEMAS) del Policlinico di Bari. Nominato giurato per la prima edizione (2017) del premio di poesia Maria Maddalena Morelli “Corilla Olimpica” città di Pistoia insieme ad Ernesto Marchese, Matteo Mazzone, Marco Marchi, Gabriella Grande, Giacomo Trinci, Antonella di Tommaso. Nel 2017 una sua biografia e alcune poesie tratte da “Lechitiel” compaiono nell’antologia poetica rumena “Poezia”, tradotte dalla poetessa Eliza Macadan. Nel Febbraio 2018 pubblica la plaquette “Sia poesia” per “Il ragazzo innocuo editore” di Luciano Ragozzino: 50 copie autografate contenenti sei poesie e un’incisione originale. Nel Settembre 2018 pubblica “la castità” (Ensemble), nella nuova collana “Leontopodium” per cui realizza il logo.

 

 

Poesie

 

da Lechitiel (terra d’ulivi edizioni)

poema catalogato alla BPI del Centro Pompidou di Parigi

 

Nell’assenza di te assenzio 

tra miliardi di parole vuote che non mi interessano 

dentro voci che mi entrano e mi escono 

a cui non ho chiesto né di entrare né di uscire. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

sulla pagina di un giornale che non leggo 

in questo bar che non saprei riconoscere una volta fuori 

girando per la sesta volta il caffè che berrò  

mentre la tazzina sotto gli occhi mi scompare. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

sottoposto ad un quotidiano scorrere di immagini 

e all’insopportabile sonoro dell’uomo che deve parlare 

e lamentarsi e polemizzare e sottolineare. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

fisse le mani al carrello  volando tra prodotti alimentari  

che soltanto intravedo ai lati passare 

o assorto nel mantra rotante di una lavanderia a gettoni;  

ascoltando senza ascoltare  

venditori ambulanti, pizze surgelate,  testimoni di Geova, frati, mormoni;  

annuendo con eguale sorriso  

alla vecchia ipocondriaca che mi assilla  

con la sua sinusite ed i suoi irrimediabili dolori. 

 

Nell’assenza di te assenzio 

tra clacson che mi insultano barbarici 

perché non scatto a semaforo verde. 

Sotto la doccia che mi lava 

nello specchio che mi pettina 

nell’anonimità di un viale affollato  

nel confessionale che mi assolve dal peccato, 

nell’assenza di te assenzio 

e rispondo a chi si aspetta una risposta; 

guardo negli occhi chi mi cerca lo sguardo 

ma sono sempre da un’altra parte, 

presente altrove, 

in un posto assai più lontano da dove mi vedi. 

 

Un luogo questo che non saprei indicarti 

se tu volessi raggiungermi un giorno:  

è simile ad una camera oscura 

dove ci sono tante parole che ti girano attorno 

in attesa che l’angelo le chiami per condurle ai poeti 

che alla terra le daranno con le mani 

e con lacrime amare 

ad un pugno di anime mute. 

 

Dal catalogo d’arte “La carne dell’anima” a cura di Gabriella Grande (terra d’ulivi edizioni)

“La Valchiria” (Inchiostro su foglio Fabriano, 50x36 cm)

 

“Non potendo più amare chi amava 

sprofondò in un regno inferiore, 

un piano astrale ove la speranza agonizza col sogno 

nell’angolo più tetro della terra. 

Non potendo più amare chi amava, 

una patina di brina manteneva il cuore ibernato 

e la mente fissa al quadro evanescente di una felicità che poteva proseguire, 

che poteva continuare a maturare 

ricostruendo lo scenario primigenio di quando l’anima era un dio disincarnato.

 Non potendo più amare chi amava, 

le papille gustative rifiutavano il sapore 

e la bocca resisteva al cibo non più dato dalla sua bocca. 

Non potendo più amare chi amava, 

la cancrena fiorì nel grembo 

come un giglio ancora puro che però si cinge di bugie e ragnatele 

dando origine all’innesto dell’amara edera della melanconia. 

Non potendo più amare chi amava, tentò di amare tutti. 

Ma la somma di tutti gli occhi non dava la sua anima 

e la somma di tutte le materie non il suo corpo. 

Tutto non le bastava. Aveva bisogno di lei. 

Perché ogni rondine ha il suo nido insostituibile 

e una metà un incastro immutabile per una sola altra metà.”

 

Da “La Castità” (Ensemble edizioni, Roma)

Finalista al Premio Europeo Clemente Rebora 2019

 

Lo specchio del mattino

 

Mi cerco nello specchio ogni mattina. 

È strano. 

Mi ho davanti ma non mi trovo. 

Forse non sto guardando di più 

che uno scimmiotto in simile lattice, 

che mi fissa perché lo fisso

e che sta immobile perché sto immobile, 

qui, davanti a me, 

qui, davanti. 

 

Mi guarda da dentro il vetro, assente, 

fermo ed assente. 

Se io non gli ordino il movimento

se ne sta lì, dritto come uno stoccafisso. 

Sta lì, completamente disanimato.

Sta lì, privo di gioia e di dolore, 

in attesa di comando 

come un sacco qualsiasi, 

un già cadavere in piedi, 

un morto eretto,

tradito da un riflesso, 

smascherato. 

Più lo osservo attentamente 

più ne scopro la finzione, 

il trucco straordinario.

No, non è me. 

Non sei io, non sei.

Sì, lo ammetto, 

ancora mi servi perché mi occorre 

una mano per scrivere. 

 

Ma tu sei solo un mezzo

e per giunta espiatorio. 

Chissà se hai un interruttore nascosto 

da qualche parte. 

Potrei spegnerti ed andarmene. 

Potrei essermi stancato di giocare ad essere te. 

 

Mio Dio, dove sono? 

Sono dentro un robot di carne 

che ora è dentro uno specchio ovale, 

che ora è dentro questo bagno, 

dentro questa casa, 

dentro questa via, 

dentro questo paese, 

dentro, dentro, dentro,

fino all’universo, 

dentro all’infinito, 

così infinitamente immenso 

e così infinitamente piccolo. 

Un infinito 

che è principio e fine di se stesso, 

come due infiniti opposti e distanti 

che però sono lo stesso 

e nello stesso infinito. 

 

Mi cerco nello specchio ogni mattina.

Non vedo più che un povero fantoccio, 

un’immagine che dico mia 

perché non ho immagine. 

Un’immagine costretta a prestarmi la sua immagine

e io costretto ad accettarla.

 

Per quanto poco tempo cammineremo insieme, 

sappi che non ti amerò 

e non ti ho mai amato. 

Un giorno ti lascerò 

e tu farai la fine di una latta vuota 

non riciclabile. 

Ma che te ne importa: 

è in virtù di me che vivi, 

mio stanco e sgraziato 

pupazzo mutante.

Da qualche parte io sono, 

lì dentro di te, sì, 

da qualche parte, 

dentro di te io sono. 

Dentro di te, 

dentro lo specchio ovale, 

dentro questo bagno, 

dentro questa casa, 

dentro questa via, 

dentro questo paese, 

dentro, dentro, dentro.

 

Così mi vedo

senza vedermi

e non vedendomi ho la conferma di Dio 

e di tutte le sue creature 

che stanno aspettandomi,

anch’esse, da qualche parte, invisibili agli occhi, 

anch’esse forse cercandosi invano 

in un riflesso;

ingabbiate cavie da laboratorio, 

recluse, 

tenute nascoste a se stesse 

dentro una menzogna, 

toccando cose, 

annusando profumi, 

assaggiando sapori costruiti apposta;

indotte ad amare, a lottare, a soffrire

e quel che è peggio a pensare

come se mai bastasse, 

fino alla morte dell’asino.

 

Ci vuole poco a essere un’ombra

 

Una giostra di cavalli bianchi,

una lunga tavolata di francesi

dominante piazza grande,

rumore di bicchieri, 

voci che non comprendo,

giochi che non più mi riguardano:

divertimenti qua e là sparsi

che non mi rendono affatto nostalgico

del tempo in cui godevo del tempo.

 

Prima impari a camminare in fretta, 

prima arrivi. 

Bisogna soffermarsi il meno possibile

e accontentarsi dei propri panni. 

Mi addentro in una stretta viuzza

per non incontrare nessuno:

oltre i portoni 

le finestre emanano

odore umido di famiglia. 

Un antiquario propone angeli d’ottone.

Contemplo il miracolo della luce

in una piccola lanterna accesa 

sotto l’effigie scalcinata di una madonna.

 

Sul mio cammino una coppia irriverente:

non si sfalda né si sposta. 

Viene dritta verso di me come un ariete. 

La schivo io, 

prima che mi frantumi.

 

Mi c’è voluto poco a essere un’ombra,

ora d’erba, ora d’asfalto,

con la mia stessa andatura goffa, 

spalle avanti, schiena curva.

Con quella solita andatura 

scoglionata, stanca, 

per cui ancora mi riconosco

figlio di mio padre.

 

Ci vuole poco a essere un’ombra, 

un nulla impresso sui muri di calce, 

stretto e lungo per le discese, 

spezzato sulle gradinate,

buio su buio, 

vuoto ambulante.

Pietoso riflesso di me,

del mio io arreso

che mi cammina accanto.

 

Se mi fotografi non chiedermi di sorridere

 

Ho timore delle fotografie.

Quando mi aprono gli album di famiglia

sembra di sfogliare l’archivio 

dei desaparesidos. 

Nelle foto sorrido di rado: mi riconosci subito.

Non sorrido perché dietro l’obiettivo 

c’è qualcuno che mi sta ordinando di sorridere.

 

Tutti che sghignazzano come babbei:

“cheeeeeese”.

 

Mentono alla pellicola sapendo di mentire

per poi dimenticarsi di quella fotografia

e riscoprirla per caso dopo cinquant’anni

in una scatola di bottoni 

sotto una pila di polvere.

E sospirare:  

“ah, che bei momenti”. 

 

Non importa se quel giorno

hai bucato una ruota e 

tornato a piedi fino a casa

hai sorpreso la tua fidanzata 

a letto col tuo migliore amico.

Nella fotografia sorridi.

 

Le fotografie non servono a ricordare il passato

ma a falsificarlo.

 

Web  www.andrea-bassani.com

 

Instagram @andreabassani_art

Silvia La RosaDiSilvia La Rosa

Cosetta Zanotti: la pittrice di storie 

L’incontro con Cosetta Zanotti, autrice bresciana di libri per bambini, mi ha trascinato in un viaggio fantastico, indietro nel tempo, col sorriso sulle labbra, senza veli, senza congetture, ma armata solo di carta e penna per imprimere quanto più potessi di un modo magico e affascinate che, almeno per un po’, tutti abbiamo la fortuna di sperimentare.

Le racconto di come mi sia avvicinata alle sue storie grazie all’entusiasmo di un bambino speciale, Simone, il nipote di casa, nonché lettore appassionato. E proprio la sua passione per le storie di Cosetta, grazie anche agli incontri con le scuole che l’autrice promuove, mi aveva molto incuriosita: ed eccoci così una di fronte all’altra, sebbene con parecchi chilometri di distanza, a darci del tu come se ci conoscessimo da tanto e parlare di scrittura. 

Cosetta Zanotti è la testimonianza di come i sogni dei bambini, con gli strumenti giusti, non sono poi così irraggiungibili. Cosetta ad esempio, da piccola sognava di diventare “una pittrice che racconta le storie”, un mestiere che in effetti oggi svolge con passione, creando per i bambini quelle storie che tanto sognava di poter “dipingere” per gli altri. 

Da piccola abitava in periferia, lontana dalle biblioteche, eppure si trasformava ogni volta che si ritrovava con un libro tra le mani, un po’ come fosse una bacchetta magica. 

Mi racconta di come sia stata fortunata ad avere avuto accanto delle persone importanti, in grado di comprendere la sua passione, la sua naturale inclinazione verso la scrittura, e a darle fiducia, a cominciare da uno dei suoi maestri a scuola, durante una fase cruciale di formazione, quella dell’infanzia. In effetti, secondo Cosetta ogni bambino può creare storie se accompagnato con gli strumenti giusti, proprio come lei stessa aveva iniziato a sperimentare a scuola. E poi, tra le figure fondamentali nel suo percorso di scrittrice un posto speciale è occupato da suo padre: anche lui aveva compreso la predisposizione di sua figlia verso la scrittura prima ancora che Cosetta riuscisse a esprimerla chiaramente. Così, suo padre decide di regalarle un cavalletto e tutto l’occorrente per dipingere e un gigantesco vocabolario che potesse contenere tutte le parole necessarie per Cosetta per poter creare storie e realizzare il suo sogno di bambina.

Mi racconta che essere scrittori significa essere differenti da qualsiasi altra persona, significa avere una particolare capacità di guardare alle cose, una particolare sensibilità nell’osservare e creare connessioni. Ma significa anche avere delle precise responsabilità, come quella di utilizzare le parole in maniera costruttiva, perché le parole sono potenti, possono creare o smontare, soprattutto quando ci si rivolge proprio ai bambini. Ed è proprio verso i bambini che Cosetta avverte come una missione ed una speranza, quella di scatenare una rivoluzione positiva per la prossima generazione. E poi c’è un’altra parola chiave, tanto amata da Cosetta: la gentilezza. La gentilezza, mi spiega, è una forma di eleganza e coraggio ed è proprio su questa che bisognerebbe costruire il mondo. 

Nonostante vi siano grandi responsabilità nello svolgere questo mestiere, si ha qualcosa indietro di davvero inestimabile. Scrivere storie per bambini e avere la possibilità di vivere il contatto con questi giovanissimi lettori offre dei grandi insegnamenti. Significa avere la possibilità di calarsi ancora nei loro panni, di vivere il mondo con i suoi moti imprevedibili attraverso i loro occhi e la loro splendida innocenza. 

In qualche modo dimentichiamo quanto sia splendido affrontare la quotidianità con un briciolo di candore, ci rivestiamo di strati e strati di protezione per non sentirci vulnerabili, per non essere toccati, dalle cose, dalle persone, da noi stessi. I bambini hanno innato quel coraggio che li spinge naturalmente verso il mondo. E così, Cosetta, proprio grazie ai suoi piccoli grandi lettori, percepisce questo sguardo verso le cose nella sua semplice bellezza, con fiducia, traducendo tutto questo in storie. E per un po’ siamo tutti parte di questo magico splendore.

 

Marie MorelDiMarie Morel

Nata viva

 

La storia che racconterò oggi è quella di una persona nata viva: un racconto appassionato e antipedagogico di una bambina e, poi, di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo. 

“Nata viva è un romanzo ed un mini-film sulla vita della protagonista Zoe Rondini, di come tutti noi possiamo sognare, crescere e diventare adulti. 

Ci sono racconti, talvolta, che hanno una propria vita e il compito dei moderni cantastorie è solo quello di prestare la propria voce o la propria penna. 

Storie che hanno urgenza di essere raccontate, di imprimersi e di sopravvivere allo scorrere del tempo, come quella di Zoe Rondini. 

Zoe non respirava quando è nata. Ha cominciato a farlo dopo cinque, lunghissimi minuti. Cinque minuti che hanno segnato la sua vita per sempre. L’asfissia le ha procurato delle lesioni al sistema nervoso, per cui non cammina bene, non parla bene, non si muove bene. 

Eppure è viva ed esige di vivere.  Zoe esige di avere un’esistenza come tutti gli altri, perché si rende conto che i limiti non risiedono nella sua disabilità. Come non si è arresa in quei primi 5 minuti, decide di non farlo per il resto della sua vita e trasforma la sua esperienza in una storia, che ha raccontato nel libro autobiografico Nata viva (edito dalla Società Editrice Dante Alighieri,  novembre 2015) e nell’omonimo cortometraggio (regia di Lucia Pappalardo, realizzato dell’associazione nazionale  Filmaker e Videomaker Italiani ), vincitore del premio L’anello debole, al Festival di Capodarco nel 2016. 

Con onestà, trasparenza, ironia, Zoe Rondini racconta di cosa voglia dire essere una bambina, poi un’adolescente e, infine, una donna disabile, della scuola, del bullismo, della burocrazia e delle relazioni con chi la circonda, dai familiari ai professori, ai terapisti, agli uomini e di amore e sessualità.   

Una storia di vita, libertà e speranza che vorrei si diffondesse come un’eco, per raggiungere una moltitudine di persone. Quello di Zoe è un romanzo di formazione, è la storia di tutti noi che cresciamo, tra alti e bassi, momenti di difficoltà e soddisfazioni, sconfitte e vittorie, per trovare la nostra dimensione e la nostra serenità. E capire che la diversità è negli occhi di chi guarda e le eventuali difficoltà fisiche possono essere superate con la forza del pensiero, della fantasia, della creatività.

 Questo è il messaggio che Zoe vuole trasmettere agli altri e lo fa portando la sua esperienza nelle scuole, nelle università, partecipando a convegni e seminari.

Nelle scuole è attualmente impegnata nella realizzazione di progetto che si basa sulla narrazione di sé, che coinvolge bambini e ragazzi in prima persona, attraverso il racconto delle loro aspirazioni, prospettive, per prevenire il bullismo e diffondere la cultura del rispetto delle differenze.

Nel frattempo, Zoe sta lavorando al suo secondo libro in cui darà voce, attraverso delle interviste, a persone disabili e normodotate che conoscono bene il mondo della disabilità. Persone che si raccontano, parlano dei loro desideri, dei loro sogni, dei cambiamenti che vorrebbero si realizzassero.

Con il suo lavoro e il suo impegno, Zoe porta un messaggio agli altri, da cui ciascuno può trarre insegnamento: che la vita è un dono e che, in qualunque situazione ci troviamo, possiamo sempre fare qualcosa per dare il nostro contributo; che con tenacia e determinazione si possono superare i propri limiti; che ciascuno di noi può essere sorprendentemente speciale; che è ora di abbattere i tabù e gli stereotipi legati al mondo della disabilità. 

Zoe Rondini, in qualità di pedagogista, autrice, attrice e blogger è pronta a dare il suo contributo, in ambiti accademici e nei convegni per contribuire ad un lento ma progressivo cambiamento culturale.

 Questo è solo un piccolo assaggio del mondo di Zoe, che vi invito a visitare: 

www.piccologenio.it

Lettera di presentazione di “Nata viva”, romanzo e cortometraggio

Zoe torna tra i banchi di scuola: il progetto “Disabilità e narrazione di sé”

“Nata viva, ma con 5 minuti di ritardo” la vita dopo un’asfissia neonatale

Lezione per il master di psicologia della Lumsa 15.07.2018 

https://www.piccologenio.it/category/amore-e-disabilita-sfatiamo-i-tabu/

https://www.facebook.com/groups/146638665460085/?epa=SEARCH_BOX

 

Grazie Zoe, continua così perché: la vita riserva inaspettate sorprese alle persone che nonostante tutto… nascono vive! 

 

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

INTERVISTA CON FRANCESCA RICCHI DI BOLOGNA :

1)     Come vedi la figura del poeta ai giorni nostri?

Il poeta è sempre stato una figura difficilmente compatibile con i banali stereotipi sociali, e anche se esistono eccezioni, normalmente è a disagio di fronte alla “normalità” e insoddisfatto della mediocrità, e meschinità, del quotidiano. Anche le imposizioni, i limiti del quieto vivere, hanno sempre un po’ cozzato con la necessaria apertura spirituale e mentale che la poesia richiede. Sicuramente la sofferenza è sempre stata la più fedele compagna del poeta. Quindi al giorno d’oggi, il poeta, si sentirà parimenti un escluso (anche per scelta più o meno drammatica). Forse ciò che manca attualmente sono forti personalità editoriali decise a trovare e promuovere i veri poeti (mentre ci sono buoni critici), inoltre abbondano opportunità di diffondere falsa poesia, connessa spesso al tragico narcisismo imperante.

2)     Scrivere poesia è da pazzi. Dicono non abbia mercato/futuro. Cosa ti spinge a scrivere poesia nonostante la si cerchi di sminuire?

Non credo che il poeta si ponga il problema del mercato, mentre se lo pone sicuramente chi fa il poeta. Non conosco molti poeti che si siano arricchiti in vita, e pochi sono anche coloro che abbiano avuto il giusto riconoscimento da vivi. Il poeta è la sua poesia, il resto è marketing.

3)     Diceva un famoso poeta che il peggior nemico di un poeta è un poeta. Cosa ne dici di questa affermazione?

Rimango sulla mia idea che sia necessario distinguere tra i sedicenti poeti e i Poeti. Chi è Poesia difficilmente sarà nemico di qualcuno, soprattutto di chi sia poeta come lui.

4)     Come ti sei sentita quando ti hanno definita ”poeta”. Chi è in definitiva un poeta?

Nessuno mi ha mai definito così. Il poeta è un veggente, qualcuno che veleggia nello spirito, spesso nell’oscurità, e smembra la realtà in percezioni inconcepibili agli altri.

5)     Tanti dicono che scrivere poesia sia molto più semplice che scrivere un romanzo. Vorrei leggere un tuo parere.

Io scrivo entrambi ed è esattamente il contrario: ripeto, la poesia, quella vera, richiede una sublimazione nella sofferenza di cui il romanzo non ha nessun bisogno. Il poeta rischia se stesso, il romanziere difficilmente.

6)     Ti danno l’opportunità di salvare tre libri di poesia e di gettarne altri tre giù dalla torre. Chi sceglieresti e perché?

Salverei Alcools, Quarta dimensione, Myricae, ma solo perché sono i primi tre che mi sono passati per la mente: abbatterei la torre e li salverei tutti.

5) Hai qualche autore/poeta conosciuto virtualmente e non ancora ”conosciuto” al grande pubblico” che consiglieresti ai lettori? E se si, perché?

No, direi di no.

8)     Cosa non sopporti di alcuni poeti o pseudo tali che leggi nei social?

Che non sono poeti.

9)     Come vedi il tuo futuro di scrittrice? Poesia, narrativa o tutte e due le cose?

Tutte e due le cose.

10)  Ti danno l’opportunità di uscire a cena con un poeta del passato o del presente, oppure con due o tre noti poeti. Chi sceglieresti e perché?

William Blake, Antonin Artaud, Charles Baudelaire: mi affascinano le loro personalità.

E’ nebbia o mancanza di colori?
Arranco in una fitta foresta
spinata
manca il sole
o la mia vista
un pizzico di calore
il peso domanda
la fine del dolore
mi imbevo di incanto
senza salvezza
ancora un attimo dio gioia
solo un istante di stupore


Se a confonderti sono le strade rette
che compivi certa
una mano di acciaio
preme le tempie
insabbia lo sguardo
sui balconi senza stagioni
le finestre segregate
i lamenti del grigio selciato
dietro l’angolo altri supplizi
cunicoli anneriti
fra risa di denti putridi
oscena sfiorarsi
il pensiero annaspa
lo spirito indietreggia
un infestato ansare
eppure sarebbe bastato il soffio
di una gola amata

RINGRAZIAMO FRANCESCA PER IL BELLISSO INEDITO CHE HA DEDICATO ALLA DANTE ALIGHIERI DI COPENAGHEN

E IL NOSTRO POETA PABLO PAOLO PERETTI PER LA SELEZIONE DI POESIE E POETI CHE CI REGALA OGNI VOLTA.

 

NON PERDETEVI IL PROSSIMO ARTICOLO DI PABLO: RESTATE IN CONTATTO.

SEGUITE QUI LA RUBRICA

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Biografia

Francesca Ricchi è nata a Bologna il 31/12/1971, vive a Roma. E’ laureata in giurisprudenza con indirizzo in criminologia. Ha pubblicato la raccolta di racconti Soli di notte (2000), di cui il racconto Domani è stato tradotto in spagnolo e distribuito in America Latina. I racconti: Io e musica (2001) e Educazione universitaria(2002); il poema Estranei (Sonzogno, 2001); il romanzo per ragazzi XTrappola – Pirati Anime (2015); la raccolta poetica Aculei (Controluna, 2018).

Solstizio d’inverno
Infuriavano voci e sussurri
come ghiaccioli di tramontana
di un nuovo nato
fra le onde dei geli
Accorrevano da ogni solitudine
a crepare i ghiacci
con impronte audaci
fino a che le fessure
fatali
non si aprirono in tutte le guance
a vedere che l’unico nato
dopo eternità di gocce velate
altro non era
che una statua
assiderata
Non aveva gemiti
né cuore
seducente statuina
divina pattinatrice
glaciale
a perdita di brivido
oltre qualsiasi
speranza
Pattinò per secoli
e ancora millenni
nel sogno polare del manto di stelle
cieche di bianco
e indomite trasparenze
lunari
incatenate chine
da un tale sortilegio
di piroette e mistero
A nessuno importava
in fondo
del suo buco
sentimentale
intirizzito e antico
bastava viaggiasse
e pattinasse
deliziando al passaggio
qualsiasi cuore
sperduto

Scivolando fino ai fascini di storditi orizzonti
la statuina un’alba
incontrò un lago
di così artica luce
da trafiggerle un occhio
che non possedeva
se mai avesse conosciuto
l’attrazione
niente fin dentro ai sospiri
innevati
del fiocco perfetto
l’avrebbe così tenacemente sedotta
se non quel lago
o placca congelata
sull’anima
che per lei era enigma

Rapita come un Dio dalla sua creazione
si tuffò nella scintillante
certezza
e volteggiò sulla dura
sicurezza
sulla liscia carezza
nessuna malia al mondo
l’aveva mai così sostenuta
fino all’anelito primordiale
che lei non sapeva
quanto potesse travolgere in un nome
passione

Qualcosa accadeva e il ghiaccio
ossessione
e ricambiato
amore
si scioglieva
come mai aveva osato
tradire
qualcosa di rosso
brillava di sotto
la statuina senza occhi
si trovò a osservare
strega e tortura
divorata da un desiderio
che non l’aveva mai nemmeno
rabbrividita

Un cristallo di fiamma
di fiati e candori
di ciglia
si scostò dal gelo
e incandescente
la toccò
dilaniandola di intrighi
e scoperte
ma o lui si spegneva
o lei si bruciava
fuggì il simulacro
in un angolo del lago
a ricomporsi dei nastri
polari
ma la mancanza inceneriva
più ancora del fuoco
e la spinta a tornare
crepitava
come foglie nel vento del sud

Un’estrema
flessuosa scivolata
fino al buco
sciolto nelle lave delle viscere
di terra o di carne
non ci fu nulla da lottare
le arse un piede
e nelle urla di dolore
il piacere
di amare

Non tornò al vortice
per lunghi tempi
senza un piede
ma ripagata di
quel cristallino sentire
disciolto
in lei
fino a tramortire
che però improvviso si estinse
rattrappì
e una nuova fame la investì

La divina anche zoppa
era pattini di cigno
e in una sterminata
avvinghiata
piroetta arcobaleno
atterrò sul buco
e una bocca così accesa
l’accolse
che in un bacio solo
di ghiaccio e fuoco
le risucchiò
una gamba intera

Avrebbe pattinato anche senza
il corpo intatto
ma il bisogno dilaniò
ardente
e l’immaginazione al posto dell’assenza
questa volta fallì molto
più in fretta
L’ultima danza
fu una lacrima di lastra
e una scelta inderogabile
di libertà
regalò l’altra gamba
all’incendio di due braccia
che in delirio di secondo
la cinsero
fino a squagliarne
perfino il busto conturbante
Restò ultimo il sorriso
come zanne avorio e aurore
abbarbicato a un pilastro di cristalli
splendenti

Elisa BorellaDiElisa Borella

200 ANNI E NON SENTIRLI: L’INFINITO DI LEOPARDI E IL SEGRETO DELLA SUA FAMA

Recanatese, classe 1798, il suo è il mare letterario nel quale più dolcemente è facile naufragare… Avete capito di chi sto parlando? Ma certo, è proprio lui, Giacomo Leopardi! E proprio in questo 2019 appena cominciato ricorrono i duecento anni dalla stesura di una tra le sue poesie più celebri e suggestive: l’Infinito.

 

Parte del ciclo degli Idilli, insieme a La sera del dì di festa, ad Alla luna, a Il sogno e a La vita solitaria (componimenti concepiti negli anni 1819-21, ma pubblicati per la prima volta solo nel 1825 e poi, nuovamente, sei anni più tardi nell’edizione fiorentina dei Canti), l’Infinito è anche uno tra i testi poetici più studiati a scuola e conosciuti di tutto il patrimonio letterario nostrano… tanto che ancora oggi sentiamo l’esigenza di ascoltarlo, di scriverne e di parlarne! Già, ma perché? Perché ci affascina così tanto e a cosa si deve quella fama plurisecolare che gli ha permesso di resistere ai pericolosi colpi del tempo e delle mode?
I segreti, in realtà (se di “segreti” davvero si può parlare!), sono più di uno: innanzitutto, come per tutti i prodotti della mente umana presenti e passati, ciò che resta più impresso e che fa subito presa sul vasto pubblico non è tanto l’oggetto in sé, quanto la personalità che l’ha prodotto. Mi spiego: è più facile scolpire in mente un Giacomo Leopardi (spirito irrequieto/profondo/sensibile, ma prigioniero di un corpo fragile e incapace di stare al passo con un intelletto invece straordinariamente dotato) o un A Silvia? Forse nel caso di un “big” della letteratura come Leopardi la risposta non è così semplice da formulare, ma al “personaggio-Leopardi” sicuramente si deve una buona parte del suo successo (anche e soprattutto postumo), tanto che il grande schermo si è speso parecchio in questo senso ricostruendone più volte la biografia! Un buon ritratto, parzialmente riabilitante rispetto alla figura canonica (ma imprecisa!) del pessimistico “cantore dell’umana tristezza”, ci viene, ad esempio, offerta in tempi più o meno recenti sul grande schermo da Mario Martone attraverso Il giovane favoloso, film (da non perdere!) del 2014 che vede protagonista un Elio Germano decisamente calato nella parte. O ancora, ciò che ha contribuito (e che tutt’oggi contribuisce) alla notorietà del componimento è, naturalmente, l’insieme delle parole impiegate dall’autore, quello che in gergo tecnico si chiama “lessico”. I termini più ricorrenti, infatti, rimandano al “vago” e all’“indefinito”, concetti che più di altri sono, infatti, capaci di solleticare la nostra immaginazione e che sono, dunque, destinati a imprimersi più facilmente nella nostra memoria. Non dobbiamo scordare che la poesia e il canto nella notte dei tempi sono entrambi nati con l’accompagnamento della musica e proprio come quando ascoltiamo una canzone, non è tanto ciò che viene descritto o rappresentato ad avvicinarci, quanto le sensazioni e le emozioni che, dentro di noi, hanno fatto vibrare le corde giuste, attraverso i suoni e le parole impiegati! Insomma, per dirla con Leopardi e con il suo Zibaldone di pensieri, è facile sentirsi vicini all’io poetico tratteggiato dall’Infinito perché qualunque “anima s’immagina quello che non vede […] e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista s’estendesse per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.”

Se volete testare sul campo quanto appena esposto e ascoltare il componimento recitato da un esponente importante del teatro italiano (cioè niente meno che Vittorio Gassman!) cliccate sul link https://bit.ly/1PS3PO  e lasciatevi trasportare dalla magia delle parole!
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Pablo Paolo PerettiDiPablo Paolo Peretti

LA VOCE DELLA SARDEGNA

Incontriamo la musicista scrittrice Anna Steri.

Artista molto particolare e amata dal web. Entriamo nel suo magico e colorato mondo. Dalla Sardegna una voce forte e bella.

 

INTERVISTA :

1)Hai conseguito il diploma di clavicembalo al conservatorio di Cagliari e sei anche una poetessa speciale; dolce e dura allo stesso tempo. Quanto ti ha influenzato la musica nel tuo processo creativo? E in quale maniera?

R: Ho iniziato a 9 anni il mio percorso musicale e letterario. Credo che la musica abbia influenzato notevolmente sulla mia scrittura. Dopo aver concluso una poesia o una pagina di un romanzo, leggo sempre a voce alta più e più volte e tutto deve suonare bene alle mie orecchie, e quando capita che non sia così, allora cambio parole, talvolt ane invento per il solo fatto che mi piace il suono di quelle sillabe unite, altre volte scrivo magari un vocabolo di cui non conosco a perfezione il significato, perché ”suona bene”, poi controllo se la scelta è stata giusta, o piuttosto dettata dall’istinto. Il mio amico più fedele è il dizionario dei sinonimi.

2) Cosa significa ai giorni nostri essere poeti? Quale messaggio valido puo’ dare la poesia?

R) E’ difficilissimo, complicato. Perché un poeta genuino, onesto è poeta soprattutto nella vita,non soltanto nella carta. E in un mondo come il nostro, questo presente che ci vuole veloci, talvolta superficiali (credo per evitare sofferenze), non pensanti, un poeta trova difficiltà anche ad uscire di casa. Un animo profondo, una sensibilità estrema , un cuore impavido nell’esternare emozioni e visioni, è certo che non avrà vita facile in questa epoca.

3) Chi, secondo te, legge poesia?

R)Al giorno d’oggi credo che si scriva di più di quando realmente non si legga, non ci si documenti su chi, altri prima di te, hanno creato bellezza vera, non semplici frasi con rime ”sole amore cuore”. La Poesia, così come la vivo io è un lavoro certosino. Mi sento una contadina della terra, una artigiana della parola, continuo nella lavorazione di questo gioiello, nella scelta dei vocaboli, nello studio dei più grandi poeti, ma anche di nuovi, moderni molto capaci. Legge poesia chi crede ancora nel sogno, nel risveglio delle coscienze, nella pace, nella fratellanza dei popoli, nella bellezza in ogni cosa.

4) Devono ricordarti. Come vorresti essere ricordata: come poetessa, musicista o scrittrice… o non ti interessa essere ricordata?

R)Conduco una vita molto riservata, esco pochissimo, non frequento locali, non amo la folla, fuggo dalla confusione. Questo per dire che non vado alla ricerca della fama. Che scrivo non per ricevere onori (credo sia stata pura fortuna l’aver vinto, nel 2017, il Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini; forse con una giuria differente o un’altra opera presentata al concorso magari non sarei stata considerata per nulla) , ma per lavoro. So fare soltanto questo scrivere e fare musica, e ci devo guadagnare. Creo per vivere; anche io come tutti, ho dei bisogni primari quali mangiare, pagare un affitto, bollette, spese per la salute. Il riconoscimento mi fa piacere, non lo nego, ma soltanto se fa parte di una condivisione sincera, intendo condivisione di pensiero. E’ consolatorio sapere che altri, come te, desiderano rendere questo mondo più umano e sensibile.

5) La poesia ai tempi di internet. Qual è la tua opinione?

R) Credo che se qualcosa possa rivelarsi utile a documentarsi maggiormente, ad incuriosire, a farsi confronto con tanti piuttosto che soltanto con se stessi in un universo solitario, perché no?

6) Tre libri di poesia che hai letto da riproporre ai lettori e perché… e tre da rinnegare e perché?

R) La Poesia è una scelta molto personale. Si tratta di scegliere un abito, di indossarlo, poi uscire di casa e mostrarlo a tutti. Non ho libri da ocnsigliare e tanto meno da rinnegare.

7) L’amicizia tra i poeti è una cosa rara e quasi impossibile. Scriveva Rimbaud ”Il peggior nemico di un poeta è un poeta”. Cosa ne pensi?

R) Non ho amici. Quelli adolescenziali hanno preso strade differenti dalla mia, sia a livello umano che intellettuale. Sono sola, ma non sofferente. La solitudine mi serve; è da sola, sola con me stessa (l’unica amica che possiedo e che mi perdona molte cose amandomi così come sono), che posso creare. Non conosco poeti coi quali poter aver rapporti di amicizia, né amorosi.

8) Cosa rende una poesia ”poesia” e non un insieme di bei pensierini?

R) Bella domanda. La risposta è l’onestà intellettuale, sentimentale, emozionale. Non scrivereper avere consenso, ma per urlare il proprio disagio, la propria sofferenza, la propria gioia, la propria libertà, il proprio coraggio.

9) Qual è il peggior nemico della poesia?

R) L’apatia d’animo. La superficialità. La bandiera bianca sventolata alla Vita. La resa.

10) Ti chiedono di uscire a cena con uno o più poeti viventi oppure qualcuno che ci ha già lasciato…Con chi usciresti e perché?

R) Non accetterei nessun invito. Non amo gli inviti a cena. Mi sono sempre trovata in imbarazzo nei ristoranti. Trovo che stare seduti a un tavolo presuma grande confidenza, intimità. Riesco a mangiare soltanto davanti a mia madre, a parenti che ben ho frequentato. A coloro che sono stati i miei amanti, appena conosciuti, quando scattava il fatidico invito, ho sempre risposto ”Una cena è come amplesso, mi crea la stessa apprensione. Difficilmente mi viene bene alprimo incontro. Meglio fare sesso prima, e poi, liberati da quel senso di ansia da prestazione, stare seduti vicini a scegliere il cibo, un buon vino, guardarsi negli occhi, parlare sottovoce, tenersi la mano in un intreccio di dita consolatorio e tenero”. Ma starei volentieri su una panchina, in un parco deserto, in un autunno malinconico, con foglie rosse e gialle sulla terra nuda.

Anna Steri (Villacidro 1967), musicista e scrittrice. Diplomata in Organo e Composizione Organistica al Conservatorio di Sassari e in Clavicembalo al Conservatorio di Cagliari. Ha pubblicato l’album per voce e piano Figlia di un Do maggiore, 2014; tra le sue pubblicazioni Il romanzo breve L’ultima estate (Il Grappolo, 2004); il romanzo breve L’incontro (Edizioni Creativa, 2007); il romanzo per ragazzi Danny Arnott-Il sopravvissuto (Edizioni Creativa, 2007); il romanzo Terra mare (Edizioni Creativa, 2011); il romanzo breve Dulcis Jesu (Edizioni Creativa, 2013); Nel 2015 ha pubblicato Versi e autoscatti, raccolta di poesie e autoscatti in bianco e nero per Riccardo Condò Edizioni.

POESIA DI ANNA STERI:

Mia madre
ora
in vecchiaia
mi permette di entrare nel suo giardino.
Mi seleziona i fiori
in un percorso definito.
Non mi accompagna per
un antico orgoglio
ma da lontano
mi benedice.
Sono tornata ad essere una figlia.
A.S.

 ___

Assopita nel tuo ventre
fluttuante nel silenzio
in attesa
come te.
Tu d’utero
io d’animo.
Non ho memoria di echi tuoi
dalla tua aria alla mia acqua.
Ero sola anche allora
già prigioniera di te
con catena ombelicale
cibo e schiavitù
mischiati in un sol nutrimento.
A.S.

__

L’infelicità mi serve.
E’ l’inchiostro della penna con la quale scrivo.

A.S.

Ti amo nel silenzio delle cose
nell’ombra che s’allunga
nelle ciglia sospese.
Nel respiro che lasci andare
nell’angolo del cuore che trattieni
nell’orgasmo dell’anima tua e mia
quando s’accorciano le distanze.
E nel tuo nome che pronuncio
tra terra e il cielo
che semino e che raccolgo
non soltanto in primavera .
A.S.

___

Non ti amo di meno nella stanchezza
nell’assenza delle cose
nel riverbero silenzioso dell’io che talvolta non riconosco.
Non ti amo di meno quando canto
e sembra ch’io non ascolti che l’Arte
che mi distrae dal quotidiano incerto
che mi solleva dalla miseria del mangiare e del dormire.
Non ti amo di meno quando mi allontano
poiché la mia solitudine mi serve.
sembra tolga invece aggiunge.
sul finire della sera
mi ricordo di te più che mai
poiché tutto si è concluso.
Tutto è stato dato.
Consumato. Accolto.
E tra la notte e l’indomani
Te solo hai presenza e attesa.
A.S.

Marie MorelDiMarie Morel

Manuale di napoletanità

 

 

 

Su Facebook mi era capitato di tanto in tanto di imbattermi nei suoi brevi video e li avevo visti con grande piacere, perché è un narratore accattivante e dalla simpatia coinvolgente. Come spesso accade sui social, però, mi ero lasciata distrarre dal susseguirsi dei post e l’avevo perso di vista, senza neppure appuntarmi il suo nome. Ho ripensato a lui un paio di giorni, mentre stavo scrivendo un articolo sulle origini di Napoli. Non è stato difficile rintraccialo, perché ho scoperto che si tratta di un nome e di un volto noti della cultura napoletana.

Si tratta di Amedeo Colella, che delizia il suo pubblico con aneddoti e curiosità sulla città partenopea. Ricercatore senior del CRIAI di Portici (Napoli), centro di ricerca informatico promosso dall’Università Federico II, Amedeo Colella è appassionato degli studi storici, in particolare della storia di Napoli. I suoi racconti sono affascinanti perché non si limita a narrare semplicemente i fatti storici, ma li arricchisce con tutti gli aspetti folkloristici, culturali, antropologici che caratterizzano il popolo napoletano. È proprio l’essere napoletano, quella che viene definita napoletanità, il cuore della sua narrazione. Ora, è difficile spiegare il termine napoletanità a chi non conosce Napoli e i suoi abitanti, ma semplificando molto potremmo definirla l’insieme delle tradizioni, usi, costumi e filosofia di vita di un popolo che si è sempre distinto per la sua vivacità, una fantasia ai limiti della genialità, un istinto di conservazione che ha consentito di tramandare nei secoli un patrimonio culturale di immenso valore.

Amedeo Colella, innamorato della sua Napoli, si è adoperato per contribuire alla conservazione di questo patrimonio culturale, ma anche alla sua diffusione. Ha scritto vari libri, di cui io, per il momento, son riuscita a leggere solo il primo, del 2010, “Manuale di napoletanità”. Si tratta di una lettura facile e piacevole, ma è allo stesso tempo un vero concentrato di aneddoti, curiosità, fatti storici di grande interesse. Io stessa, pur essendo napoletana, ho imparato tante cose che non conoscevo sulla mia città e ho avuto modo di capirne tante altre, che non mi ero mai spiegata.

Il libro si apre con un test di ingresso, per verificare il livello di napoletanità e si conclude con una verifica di quanto appreso ed è strutturato in 365 lezioni semiserie, una per ogni giorno dell’anno. Come l’autore avverte nella premessa, data l’immensità del patrimonio culturale napoletano, non ha alcuna pretesa di esaustività, ma in base al suo gusto e al suo piacere, Amedeo Colella ha scelto 365 chicche da regalarci, a partire dall’etimologia del termine “paraustielli”, passando attraverso il rapporto tra Giacomo Leopardi e Napoli, per finire con il ricordo del compianto Massimo Troisi, che continua a vivere nel cuore di tutti i napoletani. Ogni lezione è fine a se stessa e può avere ad oggetto, senza un ordine precisato, storia, geografia, leggende, modi di dire e proverbi, musica e poesia, commedia e cinematografia, senza tralasciare la gastronomia, che si sa, a Napoli è fondamentale.

Un libro che si fa leggere con il sorriso sulle labbra, ma che custodisce soprese insospettabili, sia per i napoletani, sia per chi decide di avvicinarsi al mondo della napoletanità per curiosità o per amore di questa stupenda città.

Altri libri di Amedeo Colella sono: 1000 quesiti di napoletanità del 2011, Mangianapoli 180 cose da mangiare a Napoli almeno una volta nella vita del 2012, Manuale di filosofia napoletanta del 2014, Mille paraustielli di cucina napoletana del 2018.